La Cina e il Golden Power: il caso Ferretti e le tecnologie a uso duale

L’azienda italiana Ferretti si trova al centro di un dibattito geopolitico su tecnologie civili-militari e controllo cinese. Il Golden Power e le competenze duali mettono in discussione la sicurezza nazionale.

Un cantiere di yacht di lusso a Forlì, con tecnologie a uso duale, sotto osservazione per il controllo cinese
Un cantiere di yacht di lusso a Forlì, con tecnologie a uso duale, sotto osservazione per il controllo cinese

Il caso Ferretti rappresenta un caso emblematico del dibattito tra tecnologie civili e militari, controllo estero e sicurezza nazionale. L’azienda italiana, leader nella costruzione di yacht di lusso, si trova al centro di una complessa situazione legata al Golden Power, il meccanismo italiano che regola l’acquisizione di partecipazioni estere in aziende considerate strategiche. Il controllo di Ferretti è in mano a Weichai, un conglomerato cinese a controllo statale, mentre il fronte europeo, rappresentato da KKCG, ha sollevato dubbi su una possibile azione concertata non dichiarata. La questione non riguarda solo il controllo azionario, ma anche le competenze tecnologiche che potrebbero essere utilizzate in contesti militari.

Il Golden Power e le tecnologie a uso duale

Il Golden Power è un meccanismo che permette al governo italiano di monitorare e, se necessario, intervenire su partecipazioni estere in aziende considerate strategiche. Ferretti, pur essendo un costruttore di yacht di lusso, è stato qualificato come azienda rilevante ai fini del Golden Power proprio per le sue competenze in tecnologie a uso duale. Secondo il generale Vincenzo Camporini, consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali, la società custodisce competenze civili che convertono un yacht veloce in un pattugliatore o in un mezzo d’assalto litoraneo. La FSD195, derivata da uno scafo Pershing, è un esempio concreto: nella versione da attacco veloce imbarca una stazione d’arma remotizzata e missili antinave.

Le tecnologie civili possono diventare strumenti militari, e il controllo di Ferretti è in mano a un gruppo cinese a controllo statale. La questione si complica ulteriormente con l’ipotesi di un’azione concertata non dichiarata, con l’acquisto di quote minoritarie da parte di società cinesi e svizzere, che porterebbero il fronte cinese a superare il 45% del capitale. Il sospetto, sollevato dagli avvocati di KKCG, è che queste acquisizioni siano state deliberate per evitare l’obbligo di comunicazione, ma non per nascondere un controllo effettivo.

Un’indagine giudiziaria e la presenza cinese

Le tensioni sono cresciute nel 2024, quando sono stati trovati microfoni e amplificatori di segnale nascosti negli uffici di Ferretti a Milano. Xu Xinyu, amministratore esecutivo in quota Weichai, ha scoperto la presenza di dispositivi di sorveglianza nascosti negli uffici del segretario del consiglio e della traduttrice italo-cinese. Due denunce penali sono state depositate a Milano: una da Xu e colleghi nel maggio 2024, l’altra dalla stessa Ferretti nel gennaio 2025. Chi spiava chi, in un cantiere di yacht di lusso controllato da Pechino, resta ufficialmente un mistero.

La situazione si complica ulteriormente con i numeri diffusi il 31 luglio 2026. Ferretti ha chiuso il primo semestre con ricavi netti in calo del 5,6% a 585,6 milioni di euro, un Ebitda adjusted in flessione del 6,7% a 92,5 milioni e un utile netto sceso del 13,1% a 37,9 milioni. La raccolta ordini è crollata del 26,9% a 341,4 milioni, con il segmento Super Yacht che nel semestre non ha raccolto un solo nuovo ordine. Il portafoglio ordini netto si è ridotto del 25,7%. La società ha rivisto al ribasso, “su base prudenziale”, la guidance per l’intero 2026, citando “il perdurare delle incertezze geopolitiche, in particolare in Medio Oriente”.

La questione non è limitata all’Italia. Il caso Ferretti è stato analizzato anche dagli ambienti statunitensi, che osservano con preoccupazione la presenza cinese nel settore delle tecnologie navali a duplice uso. Il centro studi Stimson ha presentato al Congresso una testimonianza che equipara la cantieristica civile-militare cinese a una “dual threat” per l’economia e la sicurezza, chiedendo un coordinamento più stretto tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud. Pechino, però, respinge l’accusa, definendo “né unica né intrinsecamente minacciosa” la natura duale delle proprie infrastrutture industriali.