Diritti del caregiver: il lavoro vicino a casa del familiare con disabilità non è più un diritto a richiesta

La Legge 104 garantisce il diritto di lavorare vicino a casa del familiare con disabilità, ma solo se il posto c’è e il rifiuto è motivato.

Una donna chiede il trasferimento del lavoro vicino a casa del padre con disabilità, mentre un dipendente pubblico riceve una risposta formale
Una donna chiede il trasferimento del lavoro vicino a casa del padre con disabilità, mentre un dipendente pubblico riceve una risposta formale

La Legge 104, che tutela i caregiver, prevede che chi assiste un familiare con disabilità grave possa chiedere di lavorare nella sede più vicina a casa sua. L’azienda o l’ente pubblico non può rifiutare questa richiesta senza motivazioni concrete. Una sentenza del Tribunale di Napoli Nord ha confermato questa tutela, riconoscendo il diritto a un trasferimento in sede vicina a casa del familiare assistito, anche se il lavoro si svolge in un’altra regione. Il diritto non è assoluto, ma deve essere bilanciato con le esigenze dell’azienda. Tuttavia, le sentenze recenti hanno chiarito che il rifiuto generico non è più accettabile.

Le sentenze recenti hanno chiarito i limiti del rifiuto generico

Fino a poco tempo fa, molte aziende e enti pubblici rifiutavano le richieste di trasferimento con motivazioni generiche, come l’assenza di posti disponibili o l’impossibilità organizzativa. Tuttavia, due sentenze del 2025 hanno cambiato le regole. La Cassazione ha stabilito che, se esiste un posto disponibile, il trasferimento non può essere negato senza spiegazioni valide. Un caso simile riguardava un tecnico di RFI che aveva ottenuto un trasferimento da Bologna a Napoli, ma aveva visto il rifiuto successivo. La Corte ha scoperto che RFI aveva assunto nuove figure in entrambe le sedi, confermando che il posto c’era e il trasferimento doveva essere concesso. Il rifiuto generico non è più un’opzione legale.

Chi ha diritto a questa tutela e come richiederla

Il diritto si applica a chi assiste un familiare con disabilità grave, non necessariamente convivente. La richiesta può essere fatta al momento dell’assunzione o in qualsiasi momento della carriera. L’unica condizione tecnica è che l’azienda o l’ente abbia più sedi, e almeno una di esse sia vicina a casa del familiare. La legge prevede che il trasferimento sia “ove possibile”, quindi non è un diritto assoluto, ma deve essere bilanciato con le esigenze dell’azienda. Tuttavia, le sentenze recenti hanno chiarito che il rifiuto generico non è più accettabile. Il posto deve esistere e il rifiuto deve essere motivato.

Un altro trucco spesso usato è nascondersi dietro le regole del contratto collettivo, come punteggi e graduatorie di mobilità. Ma la Corte d’Appello di Firenze ha chiarito che queste regole non possono bloccare un diritto che nasce dalla legge: se il posto c’è, va dato. Lo stesso principio è tornato nel caso più recente, quello della maestra di Ciampino che assiste il padre con disabilità. Aveva chiesto il trasferimento verso Napoli o Caserta, ma la scuola le aveva detto di no, citando un’ordinanza ministeriale che limitava questa precedenza ai soli trasferimenti nella stessa provincia. Il Tribunale di Napoli Nord ha stabilito che la limitazione non è valida: il diritto vale anche tra province diverse, e nessuna regola interna può restringerlo.

Se il trasferimento viene rifiutato senza motivi seri e documentati, ci si può rivolgere a un avvocato del lavoro, a un patronato o a un sindacato per far valere il diritto, anche in tribunale. È importante richiedere una motivazione scritta e verificare se nella sede richiesta ci sono posti liberi o assunzioni recenti compatibili con il ruolo. Inoltre, non è necessario vivere con il familiare con disabilità per avere diritto al trasferimento. Questo principio si applica anche nella scuola e nel pubblico impiego, con alcune differenze: nel pubblico il diritto è pieno se c’è un posto vacante, mentre in altri casi può prevalere l’esigenza di servizio.

La tendenza delle sentenze più recenti è chiara: chi assiste un familiare con disabilità grave ha un diritto solido, che aziende e amministrazioni possono negare solo con motivazioni vere e documentate. Il rifiuto generico non basta più. La Legge 104, quindi, non solo tutela i permessi per l’assistenza, ma anche la possibilità di lavorare vicino a casa del familiare, purché il posto esista e il rifiuto sia motivato.