L’inflazione geopolitica minaccia la democrazia e la redistribuzione del benessere
L’inflazione geopolitica mette a rischio la democrazia e la redistribuzione del benessere in Europa.

Un’inflazione che non è più solo monetaria
L’inflazione oggi non è più solo un fenomeno economico, ma un problema geopolitico che mette a rischio la democrazia e la redistribuzione del benessere. Per oltre trent’anni l’Europa ha creduto che la stabilità dei prezzi fosse un fatto quasi naturale. L’euro era nato anche per questo: sottrarre la moneta alle tentazioni della politica nazionale, sterilizzare l’inflazione, garantire alle famiglie e alle imprese un orizzonte di prevedibilità. La promessa implicita era semplice: salari non necessariamente elevati, ma protetti nel loro valore reale; risparmi non divorati; consumi accessibili; una moderata prosperità distribuita nel tempo. Quella promessa oggi si è incrinata.
Le conseguenze di una crisi non solo economica
La globalizzazione aveva prodotto, nel bene e nel male, una forma di democratizzazione del consumo. Viaggiare, mangiare fuori, acquistare tecnologia, accedere a servizi e comodità che un tempo erano riservati a pochi: tutto ciò aveva alimentato l’idea di un benessere gradualmente esteso. Non una società egualitaria, certo, ma una società nella quale anche chi non apparteneva alle élite poteva aspirare a vivere esperienze un tempo eccezionali. Ora il rischio è il movimento inverso. Non il ritorno della miseria di massa, almeno nelle forme novecentesche, ma una nuova stratificazione delle possibilità. Alcune esperienze potrebbero tornare a essere prerogativa di una minoranza: viaggiare frequentemente, abitare nei centri urbani più desiderabili, assicurarsi istruzione, salute, tempo libero e sicurezza privata.
La sensazione di impoverimento non è soltanto una questione economica: è una questione di status, di abitudini, di aspettative. Il consumatore globale, figura simbolica degli ultimi decenni, lascia spazio a un cittadino più povero, più ansioso e più consapevole delle distanze sociali. Le conseguenze politiche saranno rilevanti. Le democrazie reggono anche sulla capacità di rendere credibile una promessa di miglioramento: non necessariamente per tutti nello stesso momento, ma almeno per la maggioranza nel corso della propria vita. Quando questa promessa fallisce, cresce la rabbia. E la rabbia cerca sempre un bersaglio: prima il vicino percepito come concorrente, poi l’estraneo, infine il gruppo che appare protetto dai costi della crisi.
La democrazia si basa su una promessa di miglioramento condiviso. Quando questa promessa non si realizza, si generano tensioni sociali e una crescente divisione tra i ceti. In Italia, il potere d’acquisto dei salari continua a essere eroso. Per le fasce più fragili il problema non ha nulla di teorico: significa fare una spesa più povera, rinviare una visita, scegliere quale bolletta pagare per prima. Per il ceto medio, che pure non conosce ancora una vera indigenza, la contrazione è ugualmente percepibile. Le vacanze diventano più brevi, i voli costano di più, alberghi e ristoranti aumentano i prezzi a ritmi molto superiori a quelli delle retribuzioni.
La Banca centrale europea può raffreddare il credito e contenere le aspettative; non può però produrre gas, riaprire il Mar Rosso, disinnescare i conflitti o restituire all’economia mondiale quella fiducia che aveva reso possibile la grande stagione della globalizzazione. In altre parole, può curare alcuni sintomi, ma non dispone degli strumenti per eliminare tutte le cause di una crescita dei prezzi che deriva dall’offerta più che dalla domanda. Il rischio è che questa situazione si consolidi, portando a una maggiore stratificazione sociale e a una perdita di credibilità delle istituzioni democratiche.
