Detenuto morto carbonizzato a Bancali. Famiglia: “Giuseppe diceva: mi vogliono fare fuori”
Detenuto morto carbonizzato a Bancali. Famiglia solleva dubbi su sicurezza e salute mentale.

Un detenuto è morto carbonizzato a Bancali, in Sardegna, dopo che aveva dato alle fiamme un materasso nella sua cella. La vittima, Giuseppe Spanu, 35 anni, era stato trasferito in un’area protetta del carcere sassarese dopo un’aggressione subita a maggio. La famiglia, attraverso la zia Vittoria, ha espresso dubbi e preoccupazioni riguardo alle condizioni di sicurezza e alla gestione della salute mentale del giovane, che aveva sofferto di disturbi psichiatrici e aveva espresso timori di essere ucciso. La morte ha lasciato la comunità di Nulvi attonita e le famiglie in lutto per la perdita di un figlio, un fratello e un uomo che aveva combattuto per anni per sottrarsi a una condizione di sofferenza.
Salute mentale e condizioni di detenzione
Giuseppe Spanu aveva sofferto di disturbi psichiatrici e aveva un’esperienza complessa con l’uso di droghe fin da giovane. La sua salute mentale era stata seguita presso il Centro di Salute Mentale, ma non era stata effettuata una diagnosi precisa. Negli anni, il giovane era stato rimandato più volte tra il CSM e il SERT, senza un percorso chiaro. La famiglia ha sottolineato che, nonostante le sue condizioni, Giuseppe non aveva mai fatto del male a nessuno, ma aveva spesso manifestato paura e agitazione, soprattutto quando andava in crisi. La sua ultima visita con i familiari era avvenuta il 23 luglio, quando era apparito più sereno, ma aveva espresso timori di essere ucciso in carcere.
La famiglia ha espresso preoccupazioni per la gestione della salute mentale e per le condizioni di detenzione. La zia Vittoria ha posto una serie di domande, tra cui se ci fossero rilevatori di fumo nelle celle, se le telecamere di videosorveglianza avessero ripreso qualcosa e se fosse stato possibile intervenire in tempo. La famiglia ha anche sottolineato che alcuni residenti della borgata di Bancali avevano sentito odore di bruciato fin dentro casa, ma nessuno aveva dato l’allarme. La madre non ha potuto vedere il corpo di Giuseppe, in attesa dell’autopsia.
Aggressione e trasferimento in area protetta
La famiglia ha rivelato che Giuseppe era stato aggredito a maggio da altri detenuti, che avevano lanciato dell’olio bollente attraverso le grate, causandogli ustioni. La famiglia non era stata informata di questa vicenda, e l’aveva scoperto solo quando l’avvocato lo aveva visto in tribunale con il volto e le braccia bendati. Dopo questa aggressione, Giuseppe era stato trasferito in un’area protetta e sorvegliata del carcere, dove aveva trascorso le sue giornate da solo, nonostante avesse espresso l’esigenza di interagire con altri detenuti.
La famiglia ha sollevato dubbi su come fosse possibile che nessuno avesse notato l’incendio. La zia Vittoria ha espresso preoccupazioni per la gestione delle emergenze e per la mancanza di informazioni. La famiglia ha anche sottolineato che Giuseppe aveva espresso preoccupazioni durante l’ultima visita, il 23 luglio, quando aveva detto alla madre: “Se qua dormo mi uccidono”. La sua preoccupazione era legata a un senso di insicurezza e a un timore di essere vittima di un’aggressione o di un incidente.
La morte di Giuseppe Spanu ha lasciato un vuoto profondo, non solo per la famiglia, ma per tutta la comunità di Nulvi, che cerca ora di comprendere come si sia sviluppato un dramma così drammatico e inaspettato. La famiglia ha espresso la sua sofferenza e il desiderio di risposte e chiarezza, sottolineando che le loro perplessità non sono state esagerate, ma sono frutto di una realtà difficile e complessa.
