L’Italia non è il malato d’Europa, ma la crescita è modesta

L’Italia non è il malato d’Europa, ma la crescita è modesta. Dati Istat e analisi di Gianfranco Polillo.

L'Italia mostra una crescita modesta ma non è il malato d'Europa, dati Istat e analisi di Gianfranco Polillo
L’Italia mostra una crescita modesta ma non è il malato d’Europa, dati Istat e analisi di Gianfranco Polillo

L’Italia non è il malato d’Europa, ma la crescita è modesta. Nel secondo trimestre del 2026, il Pil italiano ha registrato un incremento dello 0,2% su base congiunturale e dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2025, secondo i dati provvisori dell’Istat. Questi numeri, pur non indicando un boom, dimostrano una resilienza economica superiore alle previsioni. La crescita, sebbene limitata, è in linea con la media europea, che si attesta al 0,5%, e supera le ultime stime della Banca d’Italia, che aveva previsto un aumento dello 0,6%. La situazione non è allarmante, ma richiede una trasformazione dei risparmi e della competitività in nuovi investimenti.

Una crescita modesta ma non disprezzabile

Se si guarda oltre la sola asticella della crescita del Pil, la situazione italiana è tutt’altro che disprezzabile. L’Italia ha conquistato il quarto posto nel ranking delle esportazioni, superando il Giappone e la Corea del Sud, nonostante un rallentamento degli scambi commerciali. Questo segno di crescita della produttività, pur non catturato pienamente dalle statistiche internazionali, è ben presente e si riflette in un forte attivo della bilancia commerciale. La posizione netta sull’estero, alla fine di marzo, era creditoria per 351 miliardi di euro, pari al 15,5% del Pil, sostanzialmente stabile rispetto alla fine del 2025.

Un’Europa a diverse velocità

L’Europa si mostra a diverse velocità, con Paesi come l’Irlanda che registrano un tasso di crescita congiunturale del 1,7%, ma spesso frutto di un’illusione ottica legata alla presenza di multinazionali. Tra i Paesi normali, la Spagna e il Portogallo si distinguono con un tasso di crescita rispettivamente dello 0,7% e dello 0,8%, grazie al settore terziario e a una riduzione significativa della disoccupazione. La disoccupazione in Spagna, che nel 2013 era del 26,1%, si è dimezzata in poco più di dieci anni, raggiungendo un livello simile a quello italiano. La politica energetica, con l’espansione del solare e del nucleare, ha contribuito a ridurre i costi energetici, rendendo questi Paesi i più competitivi dell’eurozona.

Un conflitto che ha coinvolto le grandi potenze

Il conflitto tra Iran e Israele si è trasformato in un conflitto più ampio, coinvolgendo direttamente gli Stati Uniti e indirettamente la Russia e la Cina. Questo shock internazionale ha influenzato l’economia europea, con un’accelerazione dei costi energetici e una riduzione degli scambi commerciali. La crescita italiana, pur modesta, è stata in grado di resistere a questi fattori esterni, dimostrando una certa capacità di adattamento. La Banca d’Italia ha riconosciuto che la posizione netta sull’estero è rimasta pressoché invariata, un segno di una economia che, sebbene non in espansione, non è in crisi.

Nonostante le critiche dell’opposizione, l’Italia non è fermo. La crescita, sebbene limitata, riguarda il cuore dell’Europa. I principali Paesi, come la Francia, l’Italia e la Germania, crescono tutti dello 0,2%, un risultato che, sebbene modesto, indica una stabilità economica. La sfida non è la tenuta del Paese, ma la capacità di trasformare risparmio e competitività in nuovi investimenti. In Italia, ci sarà qualcuno che, prima o poi, vorrà occuparsi del problema.