Sport e militarizzazione: un percorso che rischia di trasformare lo sport in strumento di controllo
L’addestramento militare e lo sport si avvicinano: un accordo tra Fipav e Esercito solleva preoccupazioni.

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Un accordo tra la Federazione Italiana Pallavolo (Fipav) e lo Stato Maggiore dell’Esercito ha acceso dibattiti su come lo sport possa essere utilizzato come strumento di formazione militare. Secondo il comunicato stampa, lo sport rappresenta un pilastro fondamentale per l’addestramento del soldato, richiedendo doti simili a quelle dell’agonismo: coraggio, impegno e spirito di sacrificio. Questo modello, però, solleva preoccupazioni su come lo sport possa perdere la sua dimensione laica e universale, diventando un mezzo di disciplinamento del pensiero critico.
Un modello in crescita
Non è la prima volta che istituzioni militari e federazioni sportive si avvicinano. L’Esercito ha già firmato protocolli con il rugby e il ciclismo, con l’obiettivo di integrare l’addestramento militare con la pratica sportiva. In alcuni casi, come nel rugby, si è arrivati a un doppio tesseramento, permettendo agli atleti di rimanere legati alla società in cui sono cresciuti senza spezzare la filiera civile. Tuttavia, questo modello ha anche limiti: l’élite dello sport nazionale, per ottenere un contratto di lavoro, viene spesso affidata a istituzioni che non si occupano di sport, ma di difesa e sicurezza.
Un’alternativa a rischio
La militarizzazione dello sport ha radici che risalgono agli anni Settanta, con il Concorso Esercito e Scuola, un progetto che ha dato origine a tanti talenti. Tuttavia, il modello si è evoluto, portando a una situazione in cui i migliori atleti vengono spesso reclutati dai gruppi sportivi militari. Nelle ultime edizioni olimpiche, quasi tutte le medaglie sono state vinte da atleti di questi gruppi, con l’unica eccezione del ciclismo. Questo fenomeno ha ridotto la capacità dei club di attrarre sponsor e di costruire un’alternativa civile stabile.
Con l’accordo Fipav-Esercito, il modello sembra prendere una direzione ancora più pesante. L’Esercito non si limita a fornire supporto logistico, ma si propone come un’entità che forma i soldati, normalizzando l’idea che lo sport possa essere un mezzo per abituare le persone a stare dentro gerarchie costruite per perseguire obiettivi di difesa e sicurezza. Questo rischia di trasformare lo sport da strumento di crescita personale in un mezzo di controllo sociale.
Un rischio per la libertà
Lo sport, in quanto diritto tutelato dalla Costituzione, dovrebbe essere un’esperienza accessibile a tutti, non un’alternativa forzata. Tuttavia, in assenza di un sistema scolastico-universitario strutturato per lo sport, i Gruppi Sportivi Militari diventano un ammortizzatore sociale. Tuttavia, il loro consolidamento ha effetti negativi: i club formano i talenti, ma li perdono appena questi diventano forti. Questo crea un circolo vizioso che impoverisce il mercato e riduce la capacità di attrarre sponsor. La Fipav, con la sua popolarità, potrebbe diventare un veicolo per promuovere un’immagine positiva dell’Esercito, contribuendo a una società in cui essere militare è visto come un valore positivo. Questo rischia di erodere la resistenza culturale al bellicismo, portando a una società sempre più militarizzata. Lo sport, in questo contesto, non è più un mezzo per formare cittadini liberi, ma un’arma per costruire un’alternativa ideologica.
