Il potere delle immagini nella guerra: chi vede, chi parla, chi decide
Le fotografie di guerra non solo raccontano, ma definiscono chi è vittima e chi combatte.

La guerra non è solo un conflitto di armi, ma una battaglia di immagini. Chi vede, chi parla, chi decide chi è vittima e chi combatte, dipende da chi scatta la fotografia e dove essa arriva. Dopo il 7 ottobre 2023, Israele ha blindato i confini, salvo rare visite accompagnate, e le immagini che attraversano il mondo sono in larghissima parte scattate da reporter palestinesi. Queste fotografie raccontano di case distrutte, famiglie spezzate, bambini feriti. Non solo documentano, ma chiedono di essere guardate, di essere viste. Il dolore di una donna palestinese con in braccio il suo bambino, il corpo di un morto, la famiglia raccolta attorno al defunto: sono immagini che salvano un’identità, costruiscono una memoria collettiva contro la cancellazione.
Chi sceglie le immagini e per chi?
La fotografia non è neutra. Susan Sontag scrive che “fotografare significa inquadrare, e inquadrare significa escludere”. Chi sceglie cosa mostrare e cosa non mostrare, decide chi è vittima e chi combatte. Per gli attori in guerra, ogni scatto è una strategia. Hezbollah, ad esempio, fonde la retorica del sacrificio con quella della resistenza. La bandiera non manca mai, spunta tra pareti bombardate o avvolge bare sospinte da ondate nere. I funerali dominano il racconto visivo, trasformando il lutto in un atto pubblico, politico. La matrice culturale è il mito sciita di Karbala: l’uccisione dell’imam Husayn non è soltanto una tragedia, ma un racconto simbolico della minoranza giusta che si ribella a un potere più forte.
La stessa guerra si presenta in modi diversi a seconda di chi la osserva. Dell’Iran vediamo i razzi e una capitale che colora i muri di odio e minacce, mentre gli americani ci mostrano obiettivi grigi dentro mirini verdi. Eppure è la stessa guerra. Perché, allora, ha facce tanto diverse? Perché alcuni esibiscono i corpi e altri i missili? Nulla è casuale, ma non tutto è propaganda. La scelta delle immagini non è casuale, ma non è sempre una strategia di guerra.
Le potenze e la guerra tecnologica
Iran e Stati Uniti giocano una partita diversa. Nelle comunicazioni ufficiali mostrano raramente i propri morti, preferiscono esibire la forza. Le potenze parlano urbi et orbi. Alla città e al mondo comunicano lo stesso concetto: siamo forti, preparati, possiamo colpire ovunque in qualunque momento. Teheran sposta lo sguardo sull’istante prima: droni lucidati, file di missili, lanci simultanei. È il sublime tecnologico, l’individuo scompare davanti alla macchina. Washington sottolinea il momento dopo: riprese termiche, sensori elettro-ottici, mirini, edifici che svaniscono in una nube grigia. La stessa immagine rassicura gli alleati e minaccia i nemici.
La guerra non si limita a essere una questione di armi, ma anche di immagini. La costruzione visiva di un conflitto è una forma di potere. La stessa immagine rassicura gli alleati e minaccia i nemici. La fotografia non si limita a raccontare la guerra: decide chi è vittima, chi combatte, chi vince, chi merita di essere guardato. Le immagini non si limitano a raccontare la guerra: decidono chi è vittima, chi combatte, chi vince, chi merita di essere guardato.
L’Ucraina offre un caso peculiare. Se Gaza ci chiede di guardare, Kiev vuole che ci schieriamo. La comunicazione di Zelensky altera sofferenza e capacità di agire. Non si limita a documentare l’invasione, ma cerca di convincere gli europei che quella guerra li riguarda. Mostra città simili alle nostre, famiglie che potrebbero essere le nostre, soldati che difendono una normalità nella quale possiamo riconoscerci. Uno studio su oltre 3.300 fotografie diffuse dal Ministero della Difesa ucraino individua quattro figure ricorrenti: la donna soldato, l’anziana sofferente, il matrimonio di guerra, Saint Javelin, la santa popolare raffigurata con il lanciamissili anticarro. Vulnerabilità e forza, tradizione e modernità, dolore e azione: l’Ucraina non vuole soltanto compassione. Vuole appartenenza.
