L’Arabia Saudita entra in guerra: un cambiamento di rotta strategico

L’Arabia Saudita entra in guerra, modificando gli equilibri del Golfo. L’operazione congiunta Usa-Saudita segna un cambio di rotta strategico.

L'Arabia Saudita e gli Stati Uniti lanciano raid aerei contro milizie filo-iraniane in Iraq, segno di un cambiamento di posizionamento strategico
L’Arabia Saudita e gli Stati Uniti lanciano raid aerei contro milizie filo-iraniane in Iraq, segno di un cambiamento di posizionamento strategico

L’Arabia Saudita entra in guerra, un evento che modifica gli equilibri del Golfo e segna un cambio di rotta strategico. L’operazione congiunta dell’aviazione americana e saudita contro milizie filo-iraniane in Iraq arriva a breve distanza dagli annunci sulla possibile fornitura di tecnologia nucleare da Washington a Riad. Questo evento non è solo un atto militare, ma un segnale politico che rivela una nuova fase nella relazione tra le potenze regionali e internazionali.

Un passo verso la guerra

La decisione di Riad di partecipare attivamente a operazioni militari contro milizie legate all’Iran rappresenta un cambiamento significativo. Gli attacchi con droni rivendicati o attribuiti alle milizie filo-iraniane contro impianti petroliferi sauditi degli ultimi giorni hanno rappresentato, agli occhi di Riad, un salto di qualità. La minaccia diretta alle infrastrutture strategiche del Regno ha reso insostenibile la prudenza che aveva caratterizzato la politica saudita fino a quel momento. La guerra dello Yemen ha insegnato all’Arabia Saudita che la tecnologia avanzata non basta a garantire la vittoria. La capacità di sostenere una guerra dipende anche dall’esperienza operativa, dall’addestramento e dalla logistica. La guerra contro gli Houthi ha dimostrato che un esercito ricchissimo può trovarsi in difficoltà contro un avversario molto più povero ma capace di sfruttare il territorio e di sostenere costi umani elevati.

Un segnale geopolitico

La partecipazione all’operazione in Iraq va interpretata con prudenza. Non siamo di fronte all’ingresso di una nuova superpotenza militare regionale capace di cambiare gli equilibri della guerra. Siamo piuttosto davanti a un paese che ha deciso di utilizzare lo strumento militare costruito per decenni grazie a investimenti giganteschi. Il significato dell’intervento è soprattutto geopolitico. Nelle ultime settimane molti commentatori si sono concentrati sulle difficoltà americane. I costi della guerra, il consumo accelerato di missili intercettori, l’impossibilità di eliminare completamente la rete regionale costruita dall’Iran. Tuttavia, l’architettura delle alleanze americane nel Golfo non si è incrinata. Anzi. L’Iran probabilmente sperava che una guerra lunga avrebbe accentuato le divergenze fra Washington e i suoi partner arabi. Era una previsione non irragionevole.

Negli ultimi anni le monarchie del Golfo avevano moltiplicato i contatti con la Cina, avevano ristabilito relazioni diplomatiche con Teheran e avevano spesso mostrato irritazione verso l’imprevedibilità della politica americana. Poteva essere l’inizio di una progressiva emancipazione dagli Stati Uniti. L’episodio di oggi racconta una storia diversa. Nel momento in cui la sicurezza delle monarchie viene minacciata direttamente, il vecchio sistema di alleanze torna a funzionare.

Quando arrivano i missili, Mohammed bin Salman telefona a Washington, non a Pechino. Non siamo ancora davanti a una sorta di NATO araba. Le monarchie del Golfo continuano ad avere sensibilità differenti. Il Qatar mantiene rapporti peculiari con numerosi attori regionali. Gli Emirati seguono spesso una politica estera autonoma. L’Oman conserva la tradizione di mediatore. La stessa Arabia Saudita non ha alcun interesse a trasformare questo conflitto in una guerra permanente con l’Iran.

Riad conosce bene il prezzo dell’instabilità. Il progetto di trasformazione economica voluto da Mohammed bin Salman, Vision 2030, richiede investimenti, turismo, capitali stranieri. Nessuno di questi obiettivi è compatibile con un Medio Oriente in guerra permanente. Vision 2030 ha già dovuto subire tagli e ridimensionamenti drastici, legati agli eccessi iniziali, poi aggravati dalla guerra. Proprio per questo la decisione di partecipare apertamente ai bombardamenti assume un peso ancora maggiore.