La riforma Schillaci per la pediatria: «Serve un modello di transizione strutturato»

La riforma Schillaci estende l’assistenza pediatrica fino ai 18 anni, ma richiede un modello di transizione tra pediatra e medico di base.

La riforma Schillaci, che prevede l’estensione dell’assistenza pediatrica fino all’età adulta, ha trovato un sostegno significativo nel settore medico, in particolare tra i pediatri. L’idea di prendersi in carico un paziente dall’infanzia fino all’età adulta, alla base della proposta del governo, è stata approvata dal settore, anche se con alcune riserve. L’obiettivo è garantire una continuità assistenziale più coerente con l’età evolutiva, ma il tema solleva interrogativi su come implementare il cambiamento e su come ripensare gli ospedali.

Un modello di transizione strutturato

Antonio D’Avino, presidente nazionale della Federazione italiana medici pediatri (Fimp), ha sottolineato che l’estensione dell’assistenza pediatrica fino ai 18 anni era già stata proposta dieci anni fa. «L’adolescenza è un passaggio complesso, caratterizzato da vulnerabilità biologiche, psicologiche e sociali, in cui si concentrano fragilità emotive, difficoltà identitarie e comportamenti a rischio», ha spiegato. Per D’Avino, è necessario costruire un modello di transizione strutturato tra il pediatra di libera scelta e il medico di medicina generale, in modo che il paziente venga seguito in modo completo e continuo.

La transizione alla medicina dell’adulto è spesso disorganizzata e può tradursi in discontinuità assistenziali e abbandono dei percorsi di cura. Per garantire una continuità di cura, è necessario definire strumenti condivisi, come schede di passaggio, che permettano al medico di famiglia di farsi carico in modo completo delle condizioni di salute che, se iniziano in adolescenza, possono diventare fattori di rischio anche nell’età adulta.

Un’assistenza pediatrica uniformata

La Federazione italiana medici pediatri ha sottolineato l’importanza di uniformare i comportamenti in modo che ragazze e ragazzi siano assistiti in strutture con caratteristiche e competenze adeguate alla loro età. Attualmente, a livello ospedaliero, circa un bambino su quattro (fascia 0-18 anni) viene ricoverato in reparti per adulti. Tra i 15 e i 18 anni la quota sale fino al 70%. In termini assoluti, si tratta di oltre 100.000 bambini e adolescenti ogni anno. Una tendenza che si conferma anche nelle terapie intensive, dove quasi un ricovero su due avviene in strutture per adulti.

Portare a terra questo cambiamento non sarà semplice e richiederà un ampio lavoro di condivisione. L’estensione dell’assistenza pediatrica fino ai 18 anni non solo sul territorio, ma anche in ospedale, significa garantire continuità di cura e percorsi davvero coerenti con l’età evolutiva. «Sarà necessario non limitare l’estensione dell’età pediatrica al territorio, ma applicarla anche in ambito ospedaliero, dove oggi esiste una situazione molto disomogenea tra le diverse regioni italiane», ha aggiunto Rino Agostiniani, presidente della Società italiana di pediatria (Sip). La riforma ha anche sollevato preoccupazioni sui numeri. «Serviranno forse meno pediatri ma con competenze specifiche per gestire pazienti complessi e nuovi bisogni di salute», ha sottolineato Alberto Villani, responsabile dell’Unità operativa complessa di Pediatria generale, malattie infettive dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. «E serviranno ospedali ripensati: spazi, servizi e organizzazione dovranno essere realmente a misura di bambino e adolescente», ha aggiunto.