Demolizioni e sfollamenti a Hebron: una strategia di controllo e repressione
Operazione militare israeliana a Hebron ha portato a demolizioni e sfollamenti di migliaia di famiglie palestinesi.
Le demolizioni e i sfollamenti a Hebron hanno segnato una strategia di controllo e repressione, con conseguenze devastanti per le famiglie palestinesi. L’operazione israeliana, iniziata il 23 ottobre scorso dopo un attacco di due palestinesi vicini a Hamas contro due soldati, ha portato alla distruzione di centinaia di abitazioni e al trasferimento di migliaia di persone. La città, in Area A sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, ha visto l’ingresso di forze militari che hanno eseguito demolizioni e arresti, con l’obiettivo di mettere sotto pressione le comunità locali. La politica israeliana, come rileva l’ong B’Tselem, mira a impedire lo sviluppo delle comunità palestinesi e a privarle delle terre.
Demolizioni e violenza: la casa di Ahmad Imraish
Ahmad Imraish, 22 anni, è tornato a Hebron solo qualche settimana prima dell’attacco, dopo aver studiato Management in Malesia. La sua casa, un edificio di tre piani che ospitava sette persone, è stata una delle prime ad essere demolita. Il giorno dell’attentato, diverse jeep dell’esercito sono arrivate con numerosi soldati, che hanno dato alla famiglia due minuti per raccogliere le proprie cose e andarsene. «Ci puntavano le armi contro e dicevano che, se ci fossimo mossi, ci avrebbero sparato immediatamente», racconta Ahmad. Dopo essere stati cacciati di casa, hanno assistito alla distruzione dell’abitazione da una strada vicina. «Nel giro di poche ore dell’edificio di tre piani non rimaneva più nulla», dice. La casa era stata costruita pochi anni prima, ma nel 2021 l’Alta Corte israeliana aveva emesso un’ordinanza di demolizione, sostenendo che la famiglia non avesse il permesso di costruire.
La casa di Ahmad è stata distrutta in poche ore, con la famiglia costretta a fuggire sotto la minaccia di armi. La famiglia Imraish ha speso quasi 10mila dollari per le spese legali, ma non è riuscita a salvare la casa. La demolizione è avvenuta durante un’operazione militare che ha colpito tutta la città, con scene simili alla Nakba del 1948.
Colonie e controllo: il caso di Gerico
Hebron è l’unica città palestinese nell’Area A dove vivono circa mille coloni all’interno della città. Un insediamento separato dal resto della città che da anni condiziona la vita di migliaia di palestinesi. Ma da qualche giorno Hebron non è più l’unico precedente in Cisgiordania. Il 4 novembre, una trentina di coloni del movimento Nachala guidato da Daniella Weiss si sono insediati in alcune case palestinesi alla periferia di Gerico. Sebbene la città si trovi in Area A, sotto il pieno controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, alcune case sono state costruite in Area C, dove Israele è responsabile di tutte le questioni civili e di sicurezza. Lì si sono insediati i coloni, e il Consiglio regionale di Binyamin ha annunciato che le case sarebbero state acquistate da alcune famiglie palestinesi.
La creazione di un insediamento all’interno di Gerico rappresenta una minaccia per la sicurezza di Israele e costituisce un disastro che non deve essere permesso. L’insediamento a Gerico potrebbe portare a nuove tensioni e violenza, e costringere l’esercito a missioni inutili. «Così Gerico potrà diventare quello che è oggi Hebron, con una minoranza di coloni in grado di bloccare la vita di migliaia di palestinesi», conclude un commento.
Con la fine dell’assedio, lo scorso lunedì 2 novembre, la maggior parte delle famiglie è stata in grado di rientrare nelle proprie abitazioni. Altre, come quella di Ahmad, non potranno più farlo. L’assedio di Hebron, nonostante i danni provocati, non si è trasformato in un’occupazione e in uno sfollamento definitivo per le famiglie palestinesi, ma racconta di una strategia militare che può essere applicata in qualsiasi momento. Operazioni militari simili sono state condotte nei campi profughi del Nord della Cisgiordania, come Jenin, Tulkarem e Nur Shams, e hanno sfollato migliaia di persone che ancora oggi non possono tornare nelle proprie case.
