Alessandro Impagnatiello uccise Giulia per punirla, il delitto fu premeditato
Il processo di appello bis per Alessandro Impagnatiello, accusato di omicidio premeditato e distruzione di cadavere.

Alessandro Impagnatiello, ex barman dell’Armani Caffè, tornerà davanti ai giudici per un nuovo processo d’Appello: la prima sezione penale di Cassazione ha disposto un nuovo procedimento, che riguarderà solo il riconoscimento dell’aggravante della premeditazione esclusa nella sentenza di secondo grado. L’imputato, condannato all’ergastolo per omicidio pluriaggravato, distruzione di cadavere e interruzione non consensuale di gravidanza, è in carcere a Pavia. La famiglia della vittima, Giulia Tramontano, ha accolto con soddisfazione la decisione, che potrebbe modificare il quadro penale del caso.
La premeditazione e le tracce di sangue
La Corte d’Assise di Milano, guidata dalla giudice Antonella Bertoja, aveva stabilito che il proposito criminoso di uccidere Giulia era sorto in Impagnatiello ancor prima del 27 maggio 2023. L’imputato, infatti, aveva iniziato a pianificare l’omicidio già il 12 dicembre dell’anno precedente, dopo che la vittima gli aveva rivelato di aspettare un bambino. Dall’analisi del computer di Impagnatiello sono emersi dati che indicano una ricerca su topicida, quantità necessarie per uccidere una persona e come preparare pozioni letali. Inoltre, un investigatore ha riferito che l’imputato, mentre era in caserma, aveva digitato sul telefono «rimuovere macchie di sangue» alle 11.06 del 31 maggio.
La casa della coppia è stata indicata come un «scenario preparato», con tracce di sangue sotto il tappeto ma non sopra, e il divano vicino al tappeto era negativo al luminol, indicando che era stato coperto in precedenza. La sentenza di primo grado aveva sottolineato che l’omicidio fu un «agguato», con l’arma già scelta e la rimozione del tappeto. Tuttavia, la Corte d’Appello ha interpretato l’intenzione del barman come l’interruzione della gravidanza, non l’uccisione.
Un castello di bugie
Il pm ha sottolineato che l’imputato ha costruito una «valanga di bugie» per giustificare i suoi atti. Tra le menzogne, c’è l’affermazione che Giulia soffrisse di un disturbo bipolare e fosse depressa, nonostante non ci fossero prove di questa condizione. Inoltre, l’imputato ha mandato messaggi dal telefono della vittima, fingendosi lei, utilizzando gli stessi termini, come chiamare «madre» la madre. La sua azione è stata definita «una eliminazione lucidamente pianificata della compagna e del bimbo che portava in grembo», come ha spiegato il legale del papà, Nicodemo Gentile.
La Corte d’Appello ha ritenuto che l’intenzione del barman fosse quella di interrompere la gravidanza, vissuta come una limitazione della sua libertà e delle ambizioni di carriera, senza la volontà iniziale di uccidere. Ma per la Cassazione la premeditazione c’è stata. «Non me lo aspettavo e sinceramente non condivido la decisione», ha anticipato l’avvocato Giulia Geradini, legale di Impagnatiello.
Giulia Tramontano, ventinovenne, è morta dopo essere stata avvelenata per settimane con un topicida, che le causava dolore allo stomaco. L’omicidio fu commesso con 37 coltellate quando era al settimo mese di gravidanza, e il corpo fu bruciato nella vasca da bagno. L’imputato ha simulato la fuga della vittima, portando il cadavere nel bagagliaio della sua auto e occultandolo in un anfratto.
La sentenza di primo grado aveva riconosciuto la premeditazione, ma la Corte d’Appello ha interpretato l’azione come un atto di interruzione della gravidanza. Il processo di appello bis potrebbe portare a una revisione del quadro penale, con l’attenzione concentrata solo sull’aggravante della premeditazione. La decisione della Cassazione ha suscitato soddisfazione tra i familiari della vittima, che sperano in un riconoscimento pieno della gravità del reato.
