Il Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona torna a respirare dopo diciotto mesi di ristrutturazione

Il Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona riapre dopo un restauro che torna alle origini del 1969, riconciliando arte e natura.

Il Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona mostra le sale restaurate, con luce naturale e nuove vetrine, dopo diciotto mesi di lavori
Il Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona mostra le sale restaurate, con luce naturale e nuove vetrine, dopo diciotto mesi di lavori

Il Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona ha riaperto il 18 luglio 2026, dopo diciotto mesi di ristrutturazione che hanno restituito al museo l’atmosfera e l’organizzazione del 1969. L’obiettivo del restauro non era la ricostruzione integrale né un restauro archeologico, ma un approccio critico che tiene conto delle nuove attribuzioni e delle evoluzioni degli studi negli ultimi cinquant’anni. L’esperienza del visitatore è tornata a essere un progetto unitario, esattamente come il museo era stato immaginato dal suo fondatore.

Un progetto che non si ferma nel tempo

La riapertura del museo, in occasione del settantesimo anniversario della Fondazione Calouste Gulbenkian, segna un ritorno alle radici del progetto originario. L’allestimento ripropone l’assetto del 1969, rimuovendo le stratificazioni accumulate negli anni Ottanta e successivi. Le grandi superfici vetrate, liberate da schermature, ristabiliscono la continuità tra interno ed esterno, un elemento chiave del progetto iniziale. L’attenzione è rivolta non solo alla collezione, ma anche allo spazio, che torna a respirare grazie al rapporto con il giardino adiacente. Non si tratta di un museo nuovo, ma di un museo che torna a essere come era stato immaginato. L’approccio non è filologico, ma critico, e si basa su una volontà di recuperare un metodo progettuale che conserva ancora oggi una forza inattesa. L’idea di una continuità, piuttosto che di una conservazione immobile, è sempre stata parte del progetto del museo.

La luce e l’architettura come narratori

La luce naturale proveniente dal cortile restituisce una leggerezza che le vecchie strutture avevano progressivamente oscurato. Le nuove vetrine adottano vetri antiriflesso, quasi scomparsi allo sguardo, permettendo una luce diffusa e naturale che si sposa con l’illuminazione artificiale pensata ex novo. L’effetto è sorprendente soprattutto nella sala dedicata alle lampade mamelucche, che oggi ritrovano esposizioni individuali, protette da nuovi vetri antiriflesso.

Le cosiddette “arti minori” dialogano senza alcun tipo di gerarchizzazione con dipinti e sculture, restituendo una totalità di narrazione che sottolinea scambi, contaminazioni e tradizioni condivise. Il museo non racconta una storia universale dell’arte, ma riflette una biografia cosmopolita. «Il nostro museo non è un museo che può raccontare tutta la storia del mondo e tutte le culture del mondo. Però può fornire tanti spunti che ci fanno capire tante cose e pensare in maniera diversa», spiega Xavier Solomon, direttore del museo.

Il museo è un organismo vivo, e lo spazio non è più un contenitore. L’esperienza del visitatore è lenta, quasi sospesa in un tempo particolarmente esatto, dove le relazioni tra gli oggetti, la luce e l’architettura costruiscono il racconto. Molti lavori sono tornati dai depositi, tra cui stampe giapponesi, tabacchiere d’oro, sculture e un grande parasole veneziano. Il progetto del 1969 non diventa un punto d’arrivo, ma un riferimento culturale. Lo spirito originario sopravvive proprio perché accetta che il museo continui a vivere in una sua forma diversa ma fedele agli intenti originali. «Non volevamo fare un museo nuovo. Volevamo togliere quello che impediva di capire quanto questo museo fosse già moderno», afferma Solomon.