Ennio Simeone, il direttore che ha formato una generazione

Ennio Simeone, direttore di un giornale calabrese, ha formato una generazione di giornalisti.

Un direttore di giornale in Calabria, con un gruppo di editori e giornalisti, in un ambiente di lavoro
Un direttore di giornale in Calabria, con un gruppo di editori e giornalisti, in un ambiente di lavoro

Ennio Simeone, il direttore che ha formato una generazione di giornalisti, ha lasciato un’impronta indelebile sul giornalismo calabrese e lucano. Arrivato in Calabria alla fine degli anni Novanta, ha portato con sé il rigore e la passione per il mestiere che aveva coltivato per oltre quarant’anni. Non solo un direttore, ma un maestro, un formatore, un uomo che ha insegnato a fare un giornale e a essere un editore. Oggi, dopo una vita dedicata al giornalismo, si dice addio a un uomo che ha dato tanto a questa terra, ai suoi giornalisti e a chi ha avuto il privilegio di lavorare con lui.

Un arrivo che sembrava scritto da un romanziere

Ennio Simeone arrivò in Calabria alla fine degli anni Novanta in un contesto che sembrava tratto da un romanzo. Aveva appena raggiunto la pensione, dopo una carriera iniziata ad Avellino come corrispondente e culminata nella direzione di testate importanti come il gruppo Espresso, l’Alto Adige e il Tirreno. Un mese dopo, il principe Carlo Caracciolo lo propose di non fermarsi: c’era una regione affamata di buona informazione, un giornale nato in un garage alle porte di Cosenza, e un’opportunità da costruire. Ennio disse di sì, e così il Quotidiano decollò, portando con sé il rigore delle grandi redazioni in cui era cresciuto.

Non alzava la voce: non ne aveva bisogno. La sua autorevolezza si basava sulla competenza e sulla serietà, senza scorciatoie. Pretendeva la verifica, l’esattezza e il rispetto del lettore. Fu un maestro per decine di ragazze e ragazzi di Calabria e Basilicata, che impararono il mestiere articolo dopo articolo, titolo dopo titolo, cazziatone dopo cazziatone — sempre severi, mai umilianti. Molti di loro sono oggi firme e quadri dell’informazione italiana, dentro e fuori questo giornale.

Un maestro di giornalismo e di misura

Ennio non solo insegnò il mestiere, ma lo fece con la stessa pazienza con cui lo insegnava ai cronisti di prima nomina. Per noi, giovani editori, fu un maestro che ci insegnò a fare un giornale e a essere un editore. Fu un formatore che ha dato una voce a una regione senza scuole di giornalismo. Chi è passato da quelle stanze lo sa, e siamo certi che oggi lo ricorda con lo stesso affetto e la stessa gratitudine con cui lo ricordiamo noi.

Per il nostro gruppo, Ennio è stato molto più di un direttore editoriale: è stato un direttore generale, l’uomo a cui ci rivolgevamo per ogni scelta che contava, il custode di un’idea di equilibrio tra impresa e missione editoriale che è diventata la nostra. Se questo giornale ha attraversato trent’anni restando indipendente, libero da interessi e da cordate, lo deve anche — forse soprattutto — alla scuola di Ennio Simeone. Ha formato una generazione intera, in due regioni che di scuole di giornalismo non ne avevano. Quando nel 2007 lasciò la direzione dei giornali locali, non ci separammo: fondammo insieme, a Roma, il Quotidiano della Sera — redazione e centro stampa nella capitale, cinquanta strilloni che dalle cinque del pomeriggio lo portavano per le strade della città. Un’avventura coraggiosa, controcorrente, romantica come lui.

Non smise mai: continuò a scrivere e a dirigere fino agli ultimi anni, per pura passione civile. Per lui informare non è mai stato un impiego. Era un dovere verso i lettori, e i doveri non vanno in pensione. Ma c’è un’ultima cosa che vogliamo dirgli, ed è la più semplice. Grazie, direttore. Per quello che hai dato a questo giornale, a questa terra, ai suoi giornalisti. E per quello che hai dato a noi due, che senza di te non saremmo gli editori che siamo.