Il Cremlino usa il linguaggio per manipolare la realtà della guerra in Ucraina
L’uso del linguaggio come strumento di manipolazione da parte del Cremlino e la continua guerra in Ucraina.

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La guerra della Russia contro l’Ucraina non è ancora finita perché è la Russia a continuare a combatterla. Dopo cinque anni dall’escalation del 2022, il dibattito pubblico è ancora dominato da una narrativa che semplifica e distorce la realtà, riducendo la guerra a un “conflitto” e non a un’aggressione. Il linguaggio, come arma, è utilizzato da Mosca per trasformare l’aggressione in un problema diplomatico e l’autodifesa dell’Ucraina in un ostacolo ai negoziati. Questo approccio, spesso sostenuto da opinionisti e studiosi, ha il potere di manipolare la percezione e di legittimare azioni che, in realtà, sono il risultato di una politica espansionista.
Il linguaggio come strumento di manipolazione
Il Cremlino ha sviluppato una strategia linguistica che riduce la guerra in Ucraina a una questione di “interesse di sicurezza” e non a un’occupazione militare. Questo tipo di discorso, spesso ripetuto da media e analisti, serve a minimizzare l’impatto della guerra e a giustificare l’azione russa. L’uso di termini come “guerra in Ucraina” o “interesse di sicurezza” non solo distorce la verità, ma anche crea una narrativa in cui l’Ucraina è vista come un nemico, non come un paese che difende la sua sovranità. Questo tipo di linguaggio è stato utilizzato in modo simile durante la Seconda guerra mondiale, quando il regime nazista cercò di giustificare l’occupazione attraverso discorsi di “protezione” e “sicurezza”.
La guerra scelta da Mosca, un tentativo di ricolonizzare l’Ucraina, viene così surrettiziamente ridipinta come uno scontro tra “l’Occidente” e la Russia.
Un esempio significativo di questa manipolazione è il caso dell’oligarca russo Andrej Melnichenko, il cui complesso industriale alimenta la produzione di missili russi che colpiscono le case degli ucraini. L’Economist, invece di denunciare il ruolo di Melnichenko nel finanziamento della guerra, lo presenta come un semplice “industriale”, una scelta lessicale deliberata per mascherare il suo contributo al conflitto. Questo tipo di approccio non solo ignora la realtà, ma anche legittima la guerra stessa, riducendo il ruolo dell’Ucraina a una vittima passiva. L’uso di termini come “idee nuove” o “coraggioso intervento” serve a creare una narrativa in cui l’aggressione è vista come una forma di progresso, non come un atto di violenza.
La diplomazia come strumento di guerra
La diplomazia, spesso invocata come soluzione, è in realtà uno strumento di guerra. Il Cremlino utilizza la diplomazia non per risolvere il conflitto, ma per rinvia l’accertamento delle proprie responsabilità e mascherare l’aggressione. Gli esempi di successo della diplomazia, come la Corea del Sud o la Colombia, sono spesso utilizzati per giustificare l’approccio russo, ma in realtà non sono pertinenti. La Corea del Sud non ha alcun trattato di pace con il suo vicino belligerante, oggi anche dotato di armi nucleari: esiste soltanto un armistizio. La Colombia, invece, ha lasciato in eredità un Paese in cui i territori un tempo controllati dalle Farc sono oggi contesi da numerosi gruppi armati, mentre la produzione di cocaina ha raggiunto livelli record.
La guerra ibrida, un termine spesso utilizzato per giustificare l’aggressione russa, è quasi una formula magica: l’Europa si sente al sicuro, mentre gli opinionisti della televisione di Stato russa minacciano di incenerire Londra, Berlino e Parigi.
La guerra non finisce mai, ma il linguaggio del Cremlino continua a manipolare la realtà, riducendo la sofferenza ucraina a un problema diplomatico e non a un atto di violenza. L’Ucraina, che versa il proprio sangue per difendere la libertà, viene spesso ignorata o minimizzata, mentre l’aggressione viene giustificata attraverso discorsi di pace e di diplomazia. Questo tipo di narrativa non solo ignora la realtà, ma anche serve a legittimare l’aggressione e a minimizzare il ruolo dell’Ucraina.
