L’emergenza ambientale e le gravidanze: un problema di salute pubblica crescente
L’emergenza climatica influisce sulle gravidanze, con rischi per il feto e aumento di parti prematuri.
L’emergenza ambientale sta emergendo come un problema di salute pubblica crescente, con effetti diretti sulle gravidanze. Dalla correlazione tra inquinamento e patologie del feto, a quella tra temperature estreme e parti prematuri, l’impatto del cambiamento climatico si fa sentire anche nel settore ginecologico. L’attenzione si concentra su come le scelte fatte durante la gravidanza, come l’alimentazione o l’esposizione a sostanze tossiche, possano influenzare la salute del feto e del neonato. La questione non è solo scientifica, ma anche sociale e di genere, con conseguenze che colpiscono in modo diverso le classi e i territori.
Le conseguenze del caldo e dell’inquinamento
La resa dell’ONU sul clima ha messo in luce come i paesi più poveri saranno quelli a pagare di più per i disastri ambientali. In Italia, la fine dell’estate più calda dal 1950 ha reso più evidenti i rischi per le donne incinte. Gli studi recenti indicano un aumento della percentuale di parti prematuri, con conseguenze a lungo termine per i bambini. «I bambini così rischiano maggiormente di sviluppare patologie nel corso della vita», ha spiegato Irene Cetin, professoressa di Ostetricia e Ginecologia all’Università degli studi di Milano.
Le temperature estreme e l’esposizione a sostanze inquinanti, come quelle derivanti da incendi o da attività industriali, possono alterare lo sviluppo embrionale. «Tutto ciò che colpisce un embrione, un feto o un neonato ha un effetto molto più forte rispetto a quello che si può verificare su una persona adulta», ha sottolineato Cetin. L’impatto biologico lascia «delle firme sui geni che poi fanno sì che non siano regolati correttamente».
La plastica e le disuguaglianze
Dai ghiacciai al liquido amniotico, la plastica è già ovunque. Studi recenti hanno evidenziato la presenza di micro e nanoplastiche nell’utero, nella placenta e nel latte materno. «Negli animali è provato che queste alterazioni si trasmettano alla progenie, riducendone la salute», ha spiegato Antonio Ragusa, direttore dell’unità di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina di Roma. Inoltre, nei mammiferi è stato dimostrato un aumento dell’incidenza di tumori, ictus e infarti. Negli esseri umani, invece, non vi sono ancora prove di un rapporto di causa-effetto, ma sono state individuate delle associazioni. «Ci sono microplastiche nelle placche della carotide e in alcuni tumori, come quelli ai polmoni e ai reni», ha aggiunto Cetin. La plasticizzazione del mondo e dell’utero rappresenta un problema crescente, con conseguenze anche sulla fertilità. Gli studi evidenziano danni agli ovuli e agli spermatozoi, con effetti che si estendono a tutta la popolazione.
La questione non è solo scientifica, ma anche sociale. «Il riscaldamento globale incrementa le disuguaglianze: sociali, perché è diverso potersi difendere economicamente o non poterlo fare», ha denunciato Ragusa. L’impatto del caldo e dell’inquinamento non riguarda solo la salute, ma anche la possibilità di accesso a cure e protezioni. «La placenta non è uno scudo, è un filtro: trasporta sia i nutrienti utili, sia sostanze di altro tipo», ha commentato Cetin.
Uno studio coordinato da Cetin, pubblicato ad agosto sul British Journal of Nutrition e premiato come miglior paper del mese, ha evidenziato l’importanza dell’alimentazione materna sulla crescita fetale. «Le scelte fatte in quei mesi hanno effetti concreti sulla salute», ha confermato la dottoressa. Tuttavia, le decisioni che si possono prendere e su quali piani agire dipendono dalla politica. «Come medici rispondiamo all’emergenza, non la risolviamo», ha sottolineato Cetin. «I politici devono riconoscere che il riscaldamento e la plasticizzazione del mondo sono le due vere urgenze del presente», ha aggiunto Ragusa.
