Shabbar Abbas, il padre a processo anche per le nozzi imposte
Shabbar Abbas torna in tribunale per le nozzi imposte a figlia Saman, uccisa nel 2021.

Saman Abbas, la ragazza di 18 anni uccisa nel 2021 per aver detto no al matrimonio combinato, torna al centro dell’attenzione. Il padre, Shabbar Abbas, già condannato all’ergastolo per l’omicidio, dovrà rispondere di un’altra accusa: aver tentato di costringere la figlia a un matrimonio che lei non voleva. La prima udienza è fissata per lunedì 19 ottobre davanti al giudice Stefano Catellani, nel tribunale di Reggio Emilia. L’inchiesta della Pm Maria Rita Pantani ha citato come testimoni il fratello di Saman, Alì Haider, e il suo ex fidanzato, Ayub Saqib, già ascoltati nel dibattimento sulla morte della giovane.
La pressione familiare e il tentativo di costrizione
La vicenda affonda le radici nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021, quando Saman sparì nel nulla da Novellara, piccolo comune del Reggiano. Il suo corpo fu ritrovato un anno e mezzo dopo, sepolto in un casolare a poche centinaia di metri da casa. La Cassazione ha confermato l’ergastolo anche alla madre, Nazia Shaheen, e ai cugini Ikram Ijaz e Noman Ul Haq, mentre lo zio Danish Hasnain è stato condannato a 22 anni. Secondo l’accusa, dietro l’omicidio ci sarebbe stata la volontà di piegare la ragazza a un matrimonio con un cugino residente in Pakistan, al quale era stata promessa anni prima.
Le parole di Saman prima di morire
La sua colpa, agli occhi della famiglia, era una sola: aver scelto di vivere all’italiana e di amare chi voleva lei. A dare forza alle accuse è un documento rimasto a lungo riservato. Il 22 aprile 2021, appena una settimana prima di morire, Saman si era presentata dai carabinieri per denunciare i genitori: “Sono intenzionata a presentare denuncia contro i miei genitori per il fatto che trattengono i miei documenti e non me li hanno voluti consegnare neanche davanti a voi”. E ancora: “Hanno deciso che a giugno andremo in Pakistan per il mio matrimonio. Preciso che non voglio sposarmi con mio cugino”. Parole che oggi pesano come pietre.
Non è l’unico processo in arrivo. Anche la madre, Nazia Shaheen, dovrà rispondere di tentata costrizione alle nozzi: l’udienza preliminare, aperta a settembre, proseguirà a gennaio. Due procedimenti paralleli che riaprono la ferita di una storia che continua a chiedere giustizia.
La famiglia di Saman, originaria del Pakistan, vive in Italia da anni. La ragazza, nata in Italia, aveva scelto di vivere in modo autonomo, scegliendo chi amare e dove vivere. La sua decisione di non sposarsi con il cugino era vista come una ribellione, un atto di disubbidienza che ha portato a conseguenze tragiche. La sua morte ha scosso l’opinione pubblica.
La sua morte ha acceso dibattiti su libertà, diritti delle donne e pressione familiare in contesti multiculturali. La famiglia, pur essendo in Italia da anni, ha mantenuto tradizioni e valori che, per Saman, erano in conflitto con la sua volontà di vivere in modo autonomo. La sua storia è diventata simbolo di una lotta tra tradizione e individualità, tra libertà e obbligo.
La famiglia di Saman, originaria del Pakistan, vive in Italia da anni. La ragazza, nata in Italia, aveva scelto di vivere in modo autonomo, scegliendo chi amare e dove vivere. La sua decisione di non sposarsi con il cugino era vista come una ribellione, un atto di disubbidienza che ha portato a conseguenze tragiche.
