Rastafariani in Kenya chiedono la legalizzazione della marijuana

Rastafariani in Kenya cercano di legalizzare l’uso della marijuana per scopi religiosi.

Rastafariani in Kenya si riuniscono per chiedere la legalizzazione della marijuana
Rastafariani in Kenya si riuniscono per chiedere la legalizzazione della marijuana

A Nairobi, nel quartiere di Kibera, un gruppo di Rastafariani ha organizzato una riunione pubblica per chiedere la legalizzazione della marijuana, considerata un elemento sacro nella loro religione. La protesta, che si è svolta il 18 luglio 2026, ha visto circa una dozzina di persone cantare e pregare, con testi che evocavano Ethiopia, Jah, Zion e Haile Selassie I. L’evento, noto come “groundation”, è una pratica comune tra i seguaci del movimento Rastafariano, che si basa su credenze religiose e culturali radicate in Africa e nell’identità afrocentrica. La marijuana, vista come un sacramento, è al centro delle loro pratiche spirituali e viene utilizzata per raggiungere uno stato di meditazione e connessione con il divino.

Diritti religiosi e contestazione della legge

La richiesta di legalizzazione della marijuana è legata a una battaglia più ampia per i diritti religiosi dei Rastafariani in Kenya. Nel 2021, la Rastafari Society of Kenya ha presentato un ricorso al tribunale per chiedere l’esenzione dei seguaci dal carcere o dall’incriminazione per coltivare, possedere o usare la marijuana come parte della loro pratica religiosa, o per richiedere al governo di creare un quadro legale per questa attività. La società ha sostenuto che la legge attuale viola i loro diritti alla libertà di religione e all’uguaglianza. Tuttavia, il ricorso è stato respinto il 15 luglio 2026, con il tribunale che ha ritenuto insufficiente la prova che la legge fosse costituzionalmente illegittima.

Identità e resistenza culturale

La cultura Rastafariana, radicata in un’identità afrocentrica, si basa su credenze che il defunto imperatore etiopico Haile Selassie I è il messia e che i popoli neri siano oppressi da “Babylon”, un simbolo dell’imperialismo occidentale. I seguaci del movimento, che si chiamano “Ras” (che significa “capo” o “re” in amharico), si considerano custodi di una tradizione che risale al 1930, quando il movimento è nato all’interno delle comunità afro-jamaicane marginalizzate. La loro pratica include la crescita di dreadlocks, l’adozione di un’alimentazione basata su piante (l’“ital”) e la celebrazione di un’identità culturale e spirituale distinta. In Kenya, dove la popolazione Rastafariana è sconosciuta, i seguaci si sentono spesso marginalizzati e discriminati.

“Siamo viventi come terroristi nel nostro paese”, ha detto Ras Ndeto, un rappresentante della Rastafari Society of Kenya, che ha espresso la sua frustrazione per la decisione del tribunale. “Anche la nostra cultura viene guardata con disprezzo.” La sua voce è stata accompagnata da quella di Ras Orudi, un herbalist che ha iniziato a seguire il movimento durante il liceo, ispirato da artisti reggae come Peter Tosh. “Non siamo in conflitto con il sistema”, ha spiegato Orudi. “Stiamo cercando di integrarci nel sistema mentre difendiamo i nostri diritti.”

La lotta per la legalizzazione della marijuana non è un fenomeno esclusivo del Kenya. In Antigua e Barbuda, nel 2023, è stato approvato un provvedimento che permette ai Rastafariani di coltivare e fumare marijuana. Inoltre, nel 2019, un tribunale ha riconosciuto ufficialmente la Rastafariana come religione protetta, dopo che una ragazza fu espulsa da scuola per aver portato dreadlocks. Questi eventi rappresentano un passo avanti per i seguaci del movimento, ma in Kenya la strada è ancora lunga. Mentre i Rastafariani continuano a organizzarsi e a chiedere riconoscimento, la loro voce rimane un segno di resistenza e di identità in un paese in cui la cultura e la religione afrocentriche sono spesso trascurate.