La minoranza riformista del Pd attacca l’identità storica della sinistra
La minoranza riformista del Pd lancia un’Opa all’identità storica della sinistra, mettendo in discussione il ruolo della sinistra nel dibattito internazionale.
La minoranza riformista del Partito Democratico ha lanciato un’Opa (Offerta Pubblica di Acquisto) non solo al partito, ma all’identità storica della sinistra. Il gruppo, che si definisce riformista, pretende di fissare la linea non solo all’interno del Pd, ma anche all’intera coalizione, in materia di invio di armi all’Ucraina e sostegno al ddl antisemitismo. L’azione, però, non si limita a un semplice intervento politico: si pone come una sfida all’identità stessa della sinistra, che ha sempre visto nel diritto internazionale e nella pace un pilastro fondamentale.
Un’alternativa che riproduce le stesse logiche
La minoranza riformista del Pd, pur essendo una minoranza interna, si propone di influenzare non solo il partito, ma anche la coalizione più ampia. Questo atteggiamento ha suscitato dibattito, soprattutto per il fatto che la scelta di sostenere il ddl antisemitismo, in un momento in cui si discute sulla condotta del governo israeliano, potrebbe essere vista come una convergenza con posizioni che non sempre si allineano con i valori della sinistra tradizionale. La pretesa di compiere definitivamente la mutazione genetica del Pd in atto da trent’anni è diventata un tema centrale, con il rischio di abbandonare una tradizione che ha sempre visto nel diritto internazionale un elemento chiave.
La contraddizione europea
La Russia, invadendo l’Ucraina, ha violato un principio fondamentale dell’ordinamento internazionale: l’uguaglianza sovrana degli Stati e il divieto dell’uso della forza. Ma proprio per questo il diritto internazionale non può essere fondato sulla forza. Esiste certamente un problema di enforcement: non abbiamo uno Stato mondiale né una polizia capace di imporre le decisioni alle grandi potenze. Tuttavia, una cosa è la difficoltà di far rispettare il diritto, altra cosa è stabilire che cosa sia diritto. Se accettiamo che sia la forza a stabilirlo, il risultato è semplice: il diritto internazionale diventa il diritto del più forte.
Con l’Ucraina, l’Unione non si è limitata alla condanna politica: ha imposto pesanti sanzioni e fornito un massiccio sostegno militare. È una scelta ricondotta al diritto dell’Ucraina alla legittima difesa, ma significa anche schierarsi materialmente nel conflitto. E si è schierata al tal punto da apparire parte del conflitto, quindi non può più essere parte della sua soluzione. Ha rinunciato alla sua principale risorsa: autorevolezza, terzietà e soft power.
La questione di Gaza e l’identità della sinistra
Il caso di Gaza rende questa contraddizione evidente. La distruzione della Striscia è sotto gli occhi del mondo e Benjamin Netanyahu è tuttora destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e contro l’umanità. Eppure il 24 settembre il suo aereo ha attraversato anche lo spazio aereo italiano diretto a New York. Lo Statuto di Roma non stabilisce espressamente l’obbligo di intercettare un aereo in semplice sorvolo, ma l’episodio resta il simbolo di una questione politica enorme: quanto valgono davvero le istituzioni internazionali che diciamo di difendere?
La risposta non può essere: valgono rigidamente contro gli avversari ma non quando riguardano gli alleati. È questo il punto che rende singolare anche lo scontro interno al Pd sul ddl antisemitismo. Contrastare l’antisemitismo è indispensabile. Ma farne oggi una “linea rossa” politica, mentre infuria la controversia sulla condotta del governo Netanyahu e sulla stessa applicazione del diritto internazionale, espone inevitabilmente quella scelta all’accusa di utilizzare due metri diversi, se non succubi di Israele. Ucraina, Gaza, Iran: il principio dovrebbe essere uno solo. L’integrità territoriale e il divieto dell’uso della forza non possono dipendere dall’identità nazionale e religiosa o di schieramento di chi viola le regole. Altrimenti resta una sola legge davvero universale: quella del più forte. Ed è difficile riconoscere in questa prospettiva la tradizione di una sinistra che ha fatto dell’internazionalismo, della pace, del diritto e della tutela dei più deboli una parte essenziale della propria identità.
