Manovra 2026: tasse e burocrazia in aumento, il governo cerca di far quadrare i conti
Il governo presenta la Legge di Bilancio 2026 con nuove tasse e misure di austerità, ma il caos normativo e la complessità burocratica emergono chiaramente.

La Legge di Bilancio 2026, approvata in Senato, si presenta come un mix di nuove tasse, misure di austerità e una complessità burocratica senza precedenti. Il governo, per finanziare interventi economici e sociali, ha introdotto il raddoppio della Tobin Tax, una tassa sui pacchi provenienti da Paesi extra-UE e un aumento dell’imposta sulle rivalutazioni di terreni e partecipazioni. Il risultato è un provvedimento che, pur dichiarandosi ambizioso, appare bloccato in un letargo operativo, con un documento che sembra essere stato costruito per accontentare le diverse anime della maggioranza senza modificare i saldi fondamentali del deficit e della crescita.
Un mix di tasse e burocrazia
La manovra 2026 si distingue per l’introduzione di nuove tasse e per la complessità normativa che ne caratterizza la struttura. Il raddoppio della Tobin Tax, una misura che punta a incassare oltre 370 milioni di euro all’anno, rappresenta una scelta disperata per coprire i buchi di bilancio lasciati dalle promesse elettorali. Parallelamente, si registra un aumento dell’imposta sulle rivalutazioni di terreni e partecipazioni, che sale dal 18% al 21%, confermando una tendenza a cercare risorse ovunque vi sia una plusvalenza latente da colpire.
Una delle novità più curiose e potenzialmente problematiche è l’introduzione di un contributo di due euro su ogni pacco di valore inferiore a 150 euro proveniente da Paesi extra-UE, come la Cina. Questa misura, pensata per colpire il dominio degli e-commerce asiatici, rischia di scontrarsi frontalmente con la normativa europea. Inoltre, la gestione parlamentare del provvedimento ha raggiunto vette di surrealismo burocratico, con articoli numerati con una terminologia latina che sfida la pazienza dei tecnici.
Impatto fiscale e riduzione Irpef
Il cuore fiscale della manovra risiede nella conferma dei 2,96 miliardi di euro stanziati per la riduzione della seconda aliquota Irpef, un intervento che sposta l’asticella dal 35% al 33% per la fascia di reddito compresa tra i 28mila e i 50mila euro. Tradotto in termini pratici per il cittadino medio, si parla di un beneficio economico massimo che sfiora i 440 euro annui, ovvero poco meno di 37 euro al mese. Questa cifra appare quasi simbolica di fronte all’aumento del costo della vita. Per i redditi che superano la soglia dei 200mila euro, la misura viene neutralizzata attraverso una riduzione del plafond delle detrazioni fiscali, un meccanismo che serve a garantire un’apparente equità sociale senza però intaccare in modo significativo il gettito complessivo. Nonostante la retorica politica parli di un sostegno massiccio alle famiglie, l’intervento si limita a un ritocco marginale che non sposta gli equilibri del potere d’acquisto reale per la classe media italiana.
Per finanziare questi interventi, il governo non ha esitato a ricorrere nuovamente alle riserve delle assicurazioni e a introdurre il meccanismo del silenzio assenso per il conferimento del TFR ai fondi pensione, una scelta che sposta la previdenza privata al centro della strategia di investimento nazionale. Il risultato è una legge che, pur dichiarandosi ambiziosa, resta bloccata in una sorta di letargo operativo, dove la soddisfazione dichiarata dal Ministero dell’Economia sembra più un sospiro di sollievo per aver evitato il naufragio che l’orgoglio per una riforma strutturale del Paese.
