L’inclusione non è un convegno, ma una pratica quotidiana
L’inclusione non è un convegno, ma una pratica quotidiana: il volontariato deve diventare spazio di cittadinanza.

La parola chiave non è l’emancipazione, ma l’accesso. Giovanni Merlo, direttore di LEDHA, ha sottolineato da tempo che l’inclusione non può essere affidata alla buona volontà, ma deve diventare sistema. L’obiettivo non è accogliere, ma garantire diritti e partecipazione reale. Il volontariato, in questo senso, deve superare il concetto di “accoglienza” e trasformarsi in un luogo di responsabilità collettiva. L’inclusione, come ha ricordato il movimento per i diritti delle persone con disabilità, non accade per caso. Accade quando è progettata, quando è scritta nelle regole e incorporata nelle strutture.
La pratica quotidiana dell’inclusione
Merlo ha sottolineato che le buone pratiche, pur importanti, non bastano. Se restano episodi virtuosi, non cambiano la struttura. L’inclusione deve diventare un diritto, non una concessione. In Lombardia, dove le persone con disabilità sono oltre quattrocentomila, la qualità della loro partecipazione misura la qualità delle organizzazioni. Il riferimento è chiaro: la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità ha ribaltato il paradigma. La disabilità non è una condizione da superare, ma l’esito dell’interazione tra una persona e un ambiente. Non si tratta di “fare spazio”, ma di rimuovere barriere. Non basta aprire le porte, bisogna verificare se le persone possono attraversarle, restare, incidere. È qui che si misura la maturità del Terzo settore. Non nella dichiarazione di intenti, ma nella capacità di incorporare l’accessibilità nelle procedure ordinarie. Rendere strutturale ciò che oggi è straordinario. Trasformare l’attenzione in metodo.
Il volontariato come spazio politico
Il volontariato, in questa prospettiva, diventa uno spazio politico nel senso più alto del termine. Non è il luogo della buona azione, ma un campo in cui si esercita la cittadinanza. Merlo ha affermato che l’inclusione smette di essere un gesto solidale e diventa responsabilità collettiva. La domanda non è più se siamo disponibili ad aiutare, ma se siamo disposti a cambiare. Questo significa chiedersi, ogni volta che si organizza un evento, se lo spazio è davvero accessibile a tutti. Se esistono barriere architettoniche. Se è previsto un servizio di interpretariato quando necessario. Se i materiali sono leggibili anche da chi ha difficoltà visive o cognitive.
Significa interrogarsi sui percorsi di selezione dei volontari, sui ruoli disponibili, sulla formazione. Le persone con disabilità sono presenti nei consigli direttivi? Nei tavoli di progettazione? Nei momenti decisionali? O restano ai margini, come beneficiarie? Non si tratta di aggiungere un’attenzione in più, si tratta di ampliare l’idea stessa di comunità. E forse, alla fine, è questa la lezione che arriva dal campo di gara: non è l’eccezionalità che cambia le cose. Sono le regole.
Lo sport ci ha mostrato che l’inclusione funziona quando è progettata. I Giochi Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026 stanno facendo esattamente questo: accendere i riflettori su un’idea di sport che non concede spazi, ma li costruisce. Classificazioni, adattamenti tecnici, impianti accessibili, procedure codificate. Nulla è lasciato all’improvvisazione. E allora la narrazione cambia: non sono le persone con disabilità a essere “straordinarie nonostante tutto”. Sono i contesti che smettono di escludere. Lo sport diventa così una lente. Attraverso di essa possiamo osservare la società e misurare quanto siamo capaci di includere davvero.
Il volontariato è chiamato a fare lo stesso salto: passare dall’accoglienza all’accesso, dalle buone pratiche ai diritti, dalla rappresentazione alla presenza reale. Non si tratta di aggiungere un’attenzione in più. Si tratta di ampliare l’idea stessa di comunità. E forse, alla fine, è questa la lezione che arriva dal campo di gara: non è l’eccezionalità che cambia le cose. Sono le regole.
