La Convenzione sui rifugiati si trova in un momento di crisi globale
La Convenzione sui rifugiati, approvata nel 1951, affronta sfide crescenti a causa di politiche di rimpatrio e conflitti armati.

Settantacinque anni dopo la sua approvazione, la Convenzione sui rifugiati, nata per proteggere chi fugge da guerre, violenze e persecuzioni, si trova in un momento di crisi globale. La sua applicazione è messa in discussione da politiche di rimpatrio, conflitti armati crescenti e una crescente tendenza al sovranismo. La Convenzione, approvata il 28 luglio 1951 a Ginevra, rappresenta un pilastro del diritto internazionale, ma oggi si trova sotto pressione da parte di governi che privilegiano la sicurezza nazionale e la gestione dei flussi migratori. L’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR), l’unica organizzazione che si occupa della protezione dei rifugiati, non ha potere di coercizione sugli Stati inadempienti, e si trova a dover affrontare una riduzione dei finanziamenti e una crescente marginalizzazione.
La Convenzione e i suoi principi
La Convenzione sui rifugiati, firmata da 26 nazioni tra cui l’Italia, stabilisce diritti minimi per chi fugge da persecuzioni, conflitti e violenze. Il principio del “non-refoulement”, che vieta di respingere un rifugiato verso un paese dove rischierebbe di subire persecuzioni, è considerato la pietra angolare del testo. Il Protocollo del 1967 ha reso la Convenzione universale, estendendola a tutti i paesi e a tutti i tipi di conflitti. Oggi, però, il quadro è cambiato: i conflitti armati sono aumentati, con oltre 130 attivi nel 2025, e il numero di persone costrette a fuggire è in crescita, con oltre 41 milioni di rifugiati e 117 milioni di sfollati.
La Convenzione è un pilastro del diritto internazionale, ma oggi si trova sotto pressione da politiche di rimpatrio e sovranismo. L’UNHCR, pur lavorando per garantire il diritto di asilo, non ha potere di coercizione sugli Stati inadempienti. I finanziamenti per l’agente sono in calo: nel 2026, il bilancio approvato è di 8,5 miliardi di dollari, ma solo il 31% è stato finanziato.
La crisi a Ceuta e le reazioni internazionali
La situazione a Ceuta, l’enclave spagnola al confine con il Marocco, ha messo in luce le tensioni tra politiche di rimpatrio e diritti umani. Negli ultimi giorni, circa 60.000 migranti hanno attraversato il confine, con almeno 57 morti. Molti sono tornati nel territorio nordafricano, ma la questione ha suscitato dibattiti su chi abbia facilitato l’ingresso. Anche il presidente americano Donald Trump ha definito la situazione di Ceuta “una catastrofe”, lasciando spazio a teorie di complotto. La Spagna, in contrasto con questa tendenza, ha regolarizzato 500.000 migranti, permettendogli di ottenere permessi di soggiorno e di lavoro.
La gestione delle frontiere è un tema complesso, che richiede un equilibrio tra sicurezza nazionale e rispetto degli obblighi internazionali. L’Italia, sostenuta da varie nazioni, ha deciso di sospendere il trattato di Schengen, chiudendo le frontiere aeree e marittime con la Spagna. Al contempo, alcuni paesi stanno valutando la creazione di “hub di ritorno” in nazioni asiatiche o africane, per valutare le richieste d’asilo lì. L’UNHCR, pur non avendo potere di coercizione, continua a lavorare per garantire il diritto di asilo. Tuttavia, la riduzione dei finanziamenti e la marginalizzazione dell’organizzazione mettono a rischio la sua capacità di operare.
L’agente ha lanciato una campagna globale, chiamata The Promise, per rinnovare l’impegno a proteggere i rifugiati. L’obiettivo è costruire una coalizione a sostegno della protezione dei rifugiati, in vista del Global Refugee Forum del 2027. La situazione è ulteriormente complicata da un aumento dei conflitti armati e da una crescente tendenza al sovranismo. L’estremismo di destra, che sta conquistando i governi in diverse nazioni e una maggioranza al Parlamento Europeo, punta a una gestione più rigida delle migrazioni. Il nuovo Patto per la migrazione e l’asilo, entrato in vigore il 12 giugno, ha introdotto misure più severe, come la riduzione delle garanzie nelle procedure di asilo e l’aumento della durata della detenzione per i richiedenti asilo.
