Concetta, la “highlander” di via Pistoiese: “Non me ne vado, ma siamo soli”
Concetta racconta la situazione di via Pistoiese: sicurezza, integrazione e degrado.

Una voce di via Pistoiese: “Non me ne vado, ma siamo soli”
Concetta, una residente di via Pistoiese, racconta una realtà quotidiana fatta di tensioni, mancanza di sicurezza e un senso di isolamento. “Io abito in un palazzo dove sono tutti cinesi, la sola italiana sono io”, dice, sottolineando una situazione di integrazione non sempre fluida. La donna, detta “highlander” per la sua determinazione a rimanere, ha visto cambiare il quartiere negli anni, con l’arrivo di nuovi abitanti e la conseguente trasformazione del tessuto sociale. “Non è cambiato niente perché continua a mancare un aiuto da parte delle istituzioni”, afferma, riferendosi a un’esperienza di disperazione che ha visto crescere il numero di episodi di violenza e degrado.
Chiediamo sicurezza, ma non siamo ascoltati
La residente ha espresso la necessità di un maggiore controllo e di una presenza costante delle forze dell’ordine. “No caro, la domanda non è cosa chiediamo, ma cosa abbiamo già chiesto al Comune: più sicurezza, più agenti per strada, controlli a tappeto h24, telecamere con il riconoscimento facciale”, spiega. Il sindaco, pur tornato in carica, non ha ancora dato risposte concrete. “A lui, noi del direttivo del Macrolotto zero abbiamo chiesto un incontro. A settembre dovrebbero mandare qualcuno al tavolo permanente”, precisa Concetta, che vede nella partecipazione delle istituzioni un’occasione per migliorare la vita quotidiana.
Non siamo soli, ma non siamo ascoltati. La donna sottolinea come le istituzioni non abbiano ancora dato risposte concrete alle richieste avanzate. “Pensate a cosa è successo solo nell’ultima settimana. Rapine, spaccate, donne (anche cinesi) borseggiate…”, racconta, con un tono di frustrazione. La sua voce è un richiamo a una città che non si chiude, ma si cerca di trovare un equilibrio. “Ma se la vita quotidiana è così sfidante perché resistere?” chiede, con una domanda che risuona come un invito a ascoltare le voci dei residenti, anche quelle più marginali.
Concetta non si arrende. “E perché devo andarmene io? Qui son venuta nel ‘99, mi sono sposata, ho avuto figli, una famiglia bellissima, e intorno a noi c’erano famiglie italiane. Poi, l’arrivo in massa dei cinesi”, racconta. La sua voce è un richiamo a una città che non si chiude, ma si cerca di trovare un equilibrio. “Ma se la vita quotidiana è così sfidante perché resistere?” chiede, con una domanda che risuona come un invito a ascoltare le voci dei residenti, anche quelle più marginali.
Integrazione e degrado: un equilibrio fragile. La donna riconosce l’esistenza di un’aggregazione tra italiani e cinesi, ma sottolinea una mancanza di dialogo e di collaborazione. “Diciamola meglio, non è un tema dell’italiano verso il cinese. Io abito in un palazzo dove sono tutti cinesi, la sola italiana sono io”, afferma. Anche se i cinesi si rivolgono a lei per aiuto, spesso non denunciano problemi gravi. “Hanno ragione. Dei punti luce qui ci sono, il Prisma Lab, il playground che tutti i giorni è strapieno di ragazzi italiani, cinesi, africani che giocano e stanno insieme: stupendo, un orgoglio da vedere”, dice, ma aggiunge che servirebbe un’iniziativa per promuovere l’apertura di negozi italiani o locali che possano favorire l’integrazione.
Concetta non si arrende. “E perché devo andarmene io? Qui son venuta nel ‘99, mi sono sposata, ho avuto figli, una famiglia bellissima, e intorno a noi c’erano famiglie italiane. Poi, l’arrivo in massa dei cinesi”, racconta. La sua voce è un richiamo a una città che non si chiude, ma si cerca di trovare un equilibrio. “Ma se la vita quotidiana è così sfidante perché resistere?” chiede, con una domanda che risuona come un invito a ascoltare le voci dei residenti, anche quelle più marginali.
