La scuola al servizio del mercato. Burnham e Valditara in una stessa storia

La scuola al servizio del mercato: Burnham e Valditara condividono una visione comune.

Un dibattito su riforma scolastica e mercato del lavoro, con riferimenti a Burnham e Valditara
Un dibattito su riforma scolastica e mercato del lavoro, con riferimenti a Burnham e Valditara

Il dibattito italiano sul futuro della scuola si ripete in modo simile a quello inglese negli anni Ottanta, quando il laburista Andy Burnham ha annunciato una riforma che sembra quasi uscita da una dichiarazione di Valditara. Il tema è sempre lo stesso: la scuola deve servire il mercato del lavoro, e non più l’istruzione come diritto universale. La frase “il casco da cantiere deve avere lo stesso valore del tocco di laurea” è una metafora che potrebbe essere usata da un politico italiano senza alcun problema. Non è un caso, ma un segno di una convergenza ideologica che va oltre i confini nazionali.

Un’ideologia della professionalizzazione

Nel 1979, Margaret Thatcher vinse le elezioni in Inghilterra, segnando l’inizio di una politica economica che privilegiava il mercato e la privatizzazione. In Italia, lo stesso anno, naufragò l’ultimo tentativo di riforma unitaria della secondaria, un progetto che il fronte progressista aveva seguito dal convegno di Frascati del 1970. Nei primi anni Ottanta, si affermò l’“ideologia della professionalizzazione”, un concetto che vedeva la scuola come strumento per allineare i giovani al mercato del lavoro. I progetti-pilota Cee di alternanza scuola-lavoro e i convegni Confindustria, come “Scuola e impresa” o “Una scuola per la società industriale”, accusavano la scuola pubblica di “disadattamento al lavoro industriale”. Questa visione, oggi riproposta da Burnham e Valditara, ha radici profonde.

La riforma tecnica si basa sull’idea che la scuola debba produrre forza lavoro qualificata, in linea con le esigenze del mercato. Questo approccio, che si ispira alla teoria del capitale umano, ha attraversato la stagione socialdemocratica proprio perché condivideva l’idea che la scuola dovesse servire lo sviluppo economico. Oggi, però, questa visione si presenta in modo diverso: non più come una scelta di destra, ma come una proposta di sinistra. Il laburista Burnham, come Valditara, si colloca su una soglia tra il passato e il presente, tra l’eguaglianza e la selezione precoce.

La scuola come filtro per il mercato

La riforma tecnica arriva mentre le scuole inglesi devono trovare 460 milioni di sterline di tagli, e i sindacati, pur non ostili all’impianto, avvertono che senza investimenti «andrà a sbattere». Questo scenario si ripete anche in Italia, dove le scuole sono sempre più sottoposte a tagli e ristrutturazioni. La critica economica inglese, però, offre una prospettiva diversa: il problema Neet non nasce dal curricolo, ma dal mercato del lavoro regionale privo di una classe di imprenditori abbastanza istruiti da ripensare la produzione. Affrontarlo con la soluzione della riforma scolastica è, nella migliore delle ipotesi, un errore di diagnosi.

La questione vera è sempre la stessa che Michael Apple poneva già negli anni Ottanta: le scelte curricolari sono sempre scelte di potere, mai questioni tecniche. Quando un ministero, inglese o italiano, dice che la scuola deve «rispondere ai bisogni delle imprese», non sta descrivendo una necessità neutra: sta scegliendo quale sapere conta e quale viene squalificato, chi decide l’orientamento e chi lo subisce.

Il dibattito italiano di questi mesi mostra la stessa architettura ideologica sotto vesti diverse: selezione precoce, sfiducia nella scuola di massa, nostalgia per un ordine pre-’77 e pre-‘68. Anche qui, come a Londra, l’argomento decisivo non è mai dichiaratamente ideologico: è sempre un’emergenza — troppi Neet, troppo mismatch, troppa “mediocrità” della formazione professionale — a giustificare interventi che in realtà riscrivono chi ha diritto a quale sapere. Burnham non inventa nulla: è una nuova puntata della storia che dal 1979 avviene in Europa.