Le Case di comunità: strutture vuote e un sistema sanitario in crisi

Le Case di comunità in Italia non offrono servizi adeguati a causa di mancanza di personale e sovraccarico dei medici.

Medici di base in un'ambulatorio vuoto, con infermieri assenti, in una struttura di comunità
Medici di base in un’ambulatorio vuoto, con infermieri assenti, in una struttura di comunità

Le Case di comunità, promesse come una soluzione per migliorare l’assistenza sanitaria territoriale, si rivelano spesso strutture vuote e inadeguate. A causa di una grave carenza di personale, i medici e gli infermieri non riescono a garantire i servizi previsti, mentre i pazienti si trovano a fronteggiare un sistema in crisi. La situazione, come riferiscono medici di base e sindacati, si fa sempre più preoccupante, con turni massacranti, stipendi bassi e un sistema che non riesce a sostenere la domanda crescente di salute. La mancanza di infermieri e di supporto adeguato ha portato a una situazione di emergenza, con medici costretti a svolgere attività burocratiche e a gestire turni notturni senza adeguata copertura.

Un modello incoerente

Le Case di comunità, finanziate con i fondi del Pnrr, sono state inaugurate in gran numero, ma spesso non offrono i servizi previsti. Molti medici, come Agnese Carallo, 28 anni, a Catanzaro, si trovano a gestire turni aggiuntivi obbligatori fino a sei ore settimanali, senza alcun sostegno adeguato. Non trova possibile aggiungere ulteriori 6 ore, questo potrebbe essere solo fatto a danno delle valutazioni domiciliari o comunque della assistenza dei miei pazienti, spiega. La dottoressa Onotri, segretario generale dello Smi, contesta la possibilità di spostare i medici da una Casa di comunità all’altra senza riconoscere le tutele dei dipendenti, come la copertura per gli infortuni in itinere o i diritti previdenziali e legali.

Il lavoro dei medici di base è diventato sempre più intenso, con turni notturni e diurni che si sovrappongono, causando burnout e rischi per la salute dei pazienti. A pesare di più, per Agnese, è il lavoro notturno, soprattutto quando si somma ad altri turni: lo definisce lesivo tanto per la propria salute quanto per la sicurezza dei pazienti, per il rischio di errori legati al burnout, racconta. Inoltre, il lavoro burocratico, spesso invisibile ai pazienti, genera incomprensioni e ritardi nella cura. «La popolazione invecchia e i servizi non crescono di pari passo: è come andare in battaglia con armi di cartone», dice Delia Epifani, medico a Taranto.

Un sistema in sovraccarico

La mancanza di infermieri e di supporto adeguato ha portato a una situazione di emergenza, con medici costretti a svolgere attività burocratiche e a gestire turni notturni senza adeguata copertura. «Le stime dicono che a fronte di una carenza di circa 60 mila infermieri, di questi almeno 10 mila mancano nelle Case di comunità», spiega Mario Braga, vicepresidente dell’organizzazione Medici del mondo Italia. La situazione si fa più grave con il rischio di abbandono della professione da parte dei giovani medici, che non trovano condizioni di lavoro sostenibili.

Le Case di comunità, se non saranno ristrutturate e supportate adeguatamente, rischiano di diventare la pietra tombale della figura del medico di base, specie nelle aree interne. «In assenza di questi cambiamenti, i giovani medici come lei non avranno altra scelta che lasciare la professione, per cercare altrove condizioni di lavoro più sostenibili», dice Agnese Carallo. Lo Smi chiede di eliminare l’obbligatorietà delle sei ore di servizio nelle Case di comunità, di ripristinare la convenzione oraria interna su base volontaria con pieni diritti, e di introdurre tutele per la maternità. Senza questi interventi, la sanità pubblica rischia di diventare sempre più diseguale e inadeguata.