Vannacci e la proposta del pomodoro: una soluzione contraddittoria per la crisi del lavoro
Vannacci propone di far raccogliere pomodori agli italiani per risolvere la crisi occupazionale, ma la sua idea si rivela contraddittoria e poco realistica.
Roberto Vannacci, generale sospeso dall’Esercito e ora candidato politico, ha proposto una soluzione alla crisi occupazionale che si basa sulla raccolta dei pomodori. Secondo il suo ragionamento, gli italiani dovrebbero accettare qualsiasi lavoro, anche se non corrisponde alle loro competenze, pur di non perdere il sussidio. La sua idea, sebbene presentata come una soluzione innovativa, si rivela contraddittoria e poco realistica, soprattutto se si considera il contesto in cui si colloca.
Una proposta che non risolve il problema
La proposta di Vannacci non risolve davvero la crisi del lavoro. Il generale sostiene che chi perde il lavoro dovrebbe essere disposto ad accettare qualsiasi condizione, anche se non corrisponde alle sue competenze. Tuttavia, questa idea ignora il fatto che il lavoro agricolo, pur essendo necessario, non è sempre una soluzione adeguata per chi ha una formazione specifica. Il problema non è solo chi deve raccogliere i pomodori, ma soprattutto quanto deve essere pagato chi li raccoglie.
Se un ingegnere deve accettare qualsiasi paga pur di non perdere il sussidio, mentre un bracciante deve accettare qualsiasi paga pur di non perdere il posto, non abbiamo due problemi diversi.
Se il problema è che alcuni lavori agricoli vengono svolti da immigrati perché questi, essendo spesso in condizioni di particolare vulnerabilità, possono essere sottoposti a condizioni salariali e lavorative peggiori, non è sufficiente sostituire il lavoratore straniero con un italiano disoccupato. Bisogna intervenire sulle condizioni che rendono possibile lo sfruttamento.
La contraddizione tra lavoro e salario
La proposta di Vannacci si basa sull’idea che il lavoro agricolo sia una soluzione universale, ma non tiene conto delle differenze tra i mestieri. Un ingegnere aerospaziale non può essere considerato equivalente a un bracciante. Se la raccolta dei pomodori viene pagata decentemente, se il contratto è regolare, se le condizioni di lavoro sono dignitose, se il trasporto e l’alloggio non diventano strumenti di ricatto, se il caporalato viene combattuto seriamente, allora improvvisamente accade qualcosa di straordinario: non serve più spiegare agli italiani che devono andare nei campi.
Non si dovrebbe trasformare la necessità di lavorare nella necessità di accettare qualsiasi condizione.
La soluzione proposta da Vannacci non è né una politica dell’immigrazione né una politica del lavoro. Non risolve davvero il problema dell’immigrazione, né vuole risolverlo visto che la proposta sulla remigrazione, dopo essersi riempito la bocca in ogni comparsata televisiva, anche lui contribuisce a cullare la proposta in Parlamento affinché dorma. Non risolve il problema del lavoro, perché non dice come aumentare produttività, salari, formazione, investimenti e potere d’acquisto. La proposta di Vannacci è una filosofia occupazionale che potrebbe essere riassunta dallo slogan quasi pentastellato riveduto e corretto “dell’uno vale un altro”. Non importa quanto sai fare, importa quanto sei disposto a fare per non perdere il sussidio. E questo, francamente, ha qualcosa di assai poco futurista. Anche perché la proposta arriva da un generale dell’Esercito che nel 2024 è stato sospeso dall’impiego per undici mesi dopo il procedimento disciplinare legato alla pubblicazione de Il mondo al contrario; il TAR del Lazio ha poi confermato la sospensione respingendo il suo ricorso. Non è necessario essere generali per avere diritto a una seconda possibilità professionale. Non bisogna essere europarlamentari per poter dire che un lavoro non corrisponde alla propria esperienza e cercarne un altro.
