Norme anti-maranza, don Burgio: “È un passo indietro, non rispetta i ragazzi
Don Claudio Burgio, cappellano del Beccaria di Milano, critica la norma anti-maranza approvata dal governo: “Semplifica un fenomeno di disagio profondo, gli slogan impediscono decisioni lungimiranti”.

Don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto penale minorile Cesare Beccaria di Milano, ha espresso forti dubbi sulla nuova norma anti-maranza approvata dal governo giovedì 23 luglio. Il religioso non ha nascosto la sua disapprovazione rispetto alle scelte legislative rivolte al contrasto delle baby gang, ritenendo che l’approccio scelto rappresenti un arretramento nella comprensione dei problemi giovanili e nel modo di affrontarli.
La critica ai slogan e alle semplificazioni
Nel commentare la decisione del governo, don Burgio ha sottolineato come etichette e denominazioni apparentemente risolutive rischino di tradire la complessità del fenomeno. Secondo il cappellano, “parlare di maranza e di baby gang significa voler semplificare un fenomeno giovanile di disagio molto profondo”. La riduzione semantica, a parere del religioso, comporta conseguenze concrete nelle scelte di policy che ne derivano.
L’operatore pastorale che opera quotidianamente dentro le mura del Beccaria conosce direttamente le storie e i percorsi dei minori in carico al sistema penale. Questa esperienza diretta lo pone in una posizione privilegiata per osservare come le semplificazioni comunicative si traducano in interventi che non tengono conto della realtà complessa delle situazioni giovanili. Don Burgio ha ribadito che gli slogan pubblici e le etichette, per quanto efficaci a livello mediatico, finiscono per impedire un’analisi approfondita dei problemi. Di conseguenza, “le etichette impediscono di guardare in profondità e di prendere poi decisioni che siano lungimiranti”.
La distanza dalla realtà dei minori
La critica di don Burgio tocca anche il cuore del provvedimento: il modo in cui esso considera l’età dei ragazzi e la loro capacità di discernimento. Il titolo stesso della sua dichiarazione evidenzia questo aspetto: la norma, a suo giudizio, non rispetta adeguatamente l’età dei minori e la loro coscienza. Questo significa che il cappellano contesta il presupposto stesso su cui poggia la legislazione, ovvero la capacità della norma di indirizzare comportamenti giovanili attraverso strumenti punitivi senza considerare il grado di consapevolezza proprio di chi è ancora in fase di sviluppo psicologico e morale.

L’approvazione della norma rappresenta, secondo la prospettiva espressa da don Burgio, un passo indietro nella politica rivolta ai minori. Non si tratta soltanto di una questione di efficacia: è un problema di metodo e di principi. Una legislazione che semplifica anziché comprendere, che etichetta anziché analizzare, e che tratta i minori secondo logiche punitive senza considerare il loro stadio evolutivo, rischia di consolidare dinamiche di esclusione piuttosto che di inclusione e recupero.
Le parole del cappellano del Beccaria si inseriscono in un dibattito più ampio sulla giustizia minorile e sugli strumenti più appropriati per affrontare il disagio giovanile. La sua voce, che proviene da chi lavora a contatto diretto con i minori autori di reato, rappresenta una testimonianza di come le scelte legislative possano risultare inadeguate quando perdono di vista la complessità delle cause sottostanti ai comportamenti devianti.
La questione sollevata da don Burgio riguarda dunque non solo l’efficacia della norma, ma anche la sua coerenza con i principi di una giustizia minorile orientata al recupero e alla rieducazione, pilastri tradizionali del sistema italiano. Un approccio basato su semplificazioni e etichette, nella prospettiva del cappellano, si allontana da questi principi fondanti, privilegiando una logica di contrasto più superficiale.
