L’intelligenza artificiale nella guerra: il controllo umano resta essenziale?
Il Parlamento europeo mette in guardia sui rischi dell’IA nella guerra, sottolineando l’importanza del giudizio umano.
Il Parlamento europeo ha lanciato un allarme sulle implicazioni dell’intelligenza artificiale (IA) nell’ambito militare, mettendo in evidenza i rischi legati alla velocità delle decisioni, all’opacità degli algoritmi e alla fiducia eccessiva nelle macchine. Il 6 ottobre 2026, un rapporto commissionato al Parlamento ha sottolineato come l’IA, pur offrendo vantaggi in termini di efficienza, possa indebolire la tutela della vita, della dignità e dei diritti umani. Dall’analisi delle immagini raccolte dai droni alla sorveglianza, dall’intelligence all’individuazione di possibili obiettivi, l’IA è ormai entrata in maniera capillare nelle attività militari, ma la sua presenza solleva interrogativi cruciali.
Il controllo umano e la responsabilità
La questione non riguarda soltanto le capacità della tecnologia, ma la qualità del controllo umano su decisioni potenzialmente irreversibili. Il rapporto, elaborato da Netta Goussac, ricercatrice per la sottocommissione per i Diritti umani, ha sottolineato che la presenza formale di un essere umano non garantisce un controllo effettivamente umano. Un operatore può trovarsi a validare un’indicazione prodotta da un sistema complesso senza disporre delle informazioni o dell’autorità necessarie per verificarla, rischiando di trasformare l’intervento umano in una ratifica automatica priva di una reale valutazione.
La velocità dell’IA potrebbe compromettere il dovere di valutare con prudenza. La principale promessa dell’IA in campo militare è la rapidità: algoritmi capaci di analizzare enormi quantità di dati possono comprimere in pochi secondi processi che prima richiedevano ore, se non giorni. Tuttavia, proprio questa accelerazione rischia di entrare in conflitto con il dovere di valutare con prudenza la necessità e la proporzionalità di un’azione, la distinzione tra obiettivi militari e civili, e tutte le conseguenze prevedibili per le persone.
Disumanizzazione e responsabilità
Lo studio mette in guardia dalla tendenza degli esseri umani ad affidarsi eccessivamente alle indicazioni della macchina, soprattutto in condizioni di stress, pressione temporale e apparente affidabilità del sistema, un fenomeno noto come “automation bias”. Nell’analisi di Goussac, un algoritmo che assegna una probabilità, costruisce una graduatoria o segnala una persona come possibile minaccia può trasmettere un’impressione di oggettività che non corrisponde necessariamente alla complessità della realtà.
Delegare decisioni cruciali a sistemi algoritmici rischia di ridurre le persone a dati. Delegare a un processo algoritmico decisioni che incidono sulla vita e sull’integrità delle persone rischia di ridurre le singole individualità a dati, immagini, comportamenti osservati o punteggi di rischio, aprendo la strada a una possibile “disumanizzazione digitale”. All’orizzonte, almeno due rischi: che nessuno risponda davvero, oppure che la responsabilità venga scaricata sull’ultimo anello, cioè sull’operatore umano, anche quando non ha avuto un effettivo controllo sul risultato.
Una sfida per l’Europa. Lo studio propone che il Parlamento europeo aggiorni la propria posizione sull’IA, con un passaggio particolarmente significativo che riguarda il regolamento sull’intelligenza artificiale noto come AI Act. Il testo, ad oggi, esclude dal proprio ambito di applicazione i sistemi utilizzati esclusivamente per finalità militari, di difesa o di sicurezza nazionale, motivo per cui il rapporto suggerisce di elevare gli standard in esso contenuti – trasparenza, gestione del rischio e supervisione umana – a parametro di riferimento anche per i sistemi finora esclusi. Lo sviluppo dei sistemi “intelligenti” ha da tempo accantonato la scelta tra tecnologia e umanità, portando a interrogarsi su quanto l’innovazione debba restare al servizio della responsabilità, del diritto e della dignità di ogni persona. E laddove un algoritmo entri nella catena dell’uso della forza, quale livello di concretezza, verificabilità e giudizio debba rimanere in capo all’essere umano.
