L’intelligenza artificiale e il capitalismo: un’analisi marxista

L’intelligenza artificiale e il capitalismo: come Marx potrebbe interpretare l’impatto economico e sociale dell’automazione.

Un gruppo di persone discute intorno a un computer e a un libro di economia, con un'immagine di un'automazione industriale in background
Un gruppo di persone discute intorno a un computer e a un libro di economia, con un’immagine di un’automazione industriale in background

La logica marxista dell’automazione e del profitto

L’intelligenza artificiale comporta l’introduzione di tecniche produttive ad alta intensità di capitale, come sottolinea la teoria marxista. Questo significa un aumento della composizione organica del capitale, ovvero un rapporto elevato tra capitale costante e capitale variabile. Il lavoro umano, che genera il plusvalore, diventa sempre più marginale, riducendo il saggio di profitto. Tuttavia, il sistema capitalistico non può permettersi un profitto prossimo a zero, e quindi si deve trovare un equilibrio tra settori automatizzati e quelli che richiedono un lavoro umano qualificato.

La crescita dell’ia non è automaticamente un’arma per il capitalismo, ma un’opportunità se accompagnata da un’espansione del lavoro umano.

Due settori: l’automazione e il lavoro qualificato

Immaginiamo un’economia divisa in due settori. Il primo è completamente automatizzato, dove le macchine sostituiscono gran parte del lavoro umano. Il secondo, invece, è caratterizzato da un’alta intensità di lavoro, dove il lavoro umano è indispensabile. Secondo le analisi marxiste, il primo settore potrebbe generare profitti elevati solo se il secondo è in crescita. Questo perché i beni e i servizi prodotti dal lavoro umano richiedono un mercato sufficiente per sostenere i profitti.

La chiave per il capitalismo è la coesistenza tra automazione e lavoro umano qualificato.

Se il settore dell’ia assorbisse l’intera economia, il saggio di profitto dovrebbe tendere a zero. Tuttavia, il sistema capitalistico non può permettersi un profitto nullo. Per questo motivo, è necessario che esista un settore ad alta intensità di lavoro, in grado di generare un’enorme quantità di plusvalore. Questo settore, pur essendo in crescita, deve essere in grado di sostenere i profitti del settore automatizzato, mantenendo l’equilibrio economico.

La logica di fondo è che ogni singolo caso di sostituzione del lavoro umano con le macchine riduce i costi per l’impresa che lo adotta. Tuttavia, una volta che queste tecniche diventino universalmente diffuse, l’effetto complessivo è una riduzione della quantità di plusvalore e, di conseguenza, del saggio generale di profitto. Per evitare che il saggio di profitto tenda a zero, è necessario che esista un settore in cui il lavoro umano non possa essere sostituito dall’ia.

Questo significa che i profitti nel settore dell’ia potranno essere alti, ma solo a condizione che la crescita del settore sia accompagnata da una domanda crescente di beni e servizi prodotti dal lavoro umano. Solo in questo modo si può mantenere l’equilibrio dell’economia e evitare che la domanda aggregata e il saggio di profitto tendano a zero. La crescita dell’ia non è quindi un problema, ma una sfida che richiede un adattamento del sistema economico.

La situazione può essere “salvata” solo da una crescita equivalente di un settore ad alta intensità di lavoro oppure da una grande ridistribuzione verso le persone che non lavorano. In sintesi, sia nel mondo marxista sia in quello neoclassico, un’economia composta esclusivamente da un settore altamente automatizzato è incompatibile con la tenuta del capitalismo. La chiave per il futuro è trovare un equilibrio tra automazione e lavoro umano qualificato.