Ice, la campagna di arresti negli aeroporti USA continua senza sosta
Nuovi arresti negli aeroporti Usa per immigrazione, tensioni crescenti e accuse di terrorismo.

Da settimane, negli aeroporti degli Stati Uniti si registrano arresti “a strascico” condotti da agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) in borghese, utilizzando dati forniti dall’Transportation Security Administration (Tsa). L’operazione, che si svolge in modo discreto, ha visto numeri in crescita: nella sola prima settimana di luglio, secondo la Cnn, sono stati oltre 10mila gli arresti. La campagna, che si estende a 15 aeroporti in nove Stati, coinvolge anche voli interni, dove non esiste controllo alla frontiera. Le persone fermate, spesso in attesa della carta verde, sono in possesso di permessi di lavoro validi e in regola con le leggi sull’immigrazione, ma non hanno ancora ottenuto la cittadinanza. Secondo gli avvocati, si tratta di casi in cui la burocrazia ha causato un limbo di anni, senza che le persone siano state mai controllate.
Arresti e violenze in aumento
La situazione si complica ulteriormente con l’aumento delle violenze fisiche e verbali da parte degli agenti. In vari video si sentono distintamente epiteti razzisti rivolti ai fermati. Inoltre, nei centri di detenzione, la situazione resta drammatica. Un rapporto interno dell’agenzia sanitaria dell’Ice conferma che almeno un detenuto in sciopero della fame è stato sottoposto ad alimentazione e idratazione forzate, nonché a prelievi di sangue involontari. Secondo avvocati e Ong, sarebbero oltre trecento i detenuti che rifiutano di mangiare o bere per denunciare le condizioni critiche. L’amministrazione Trump, tuttavia, nega tali episodi, pur avendo adottato una nuova tattica per aumentare i numeri degli arresti.
La campagna di deportazioni, condotta da milizie di Trump, ha portato a episodi drammatici. Il 7 luglio a Houston un agente ha ucciso Lorenzo Salgado Araujo, messicano di 52 anni in attesa di regolarizzazione. Sei giorni dopo, nel Maine, è stato colpito a morte il colombiano Johan Sebastián Durán Guerrero, 25 anni, anche lui non ricercato. L’Ice non si ferma, e il presidente Trump accontenta la sua base Maga, continuando a sostenere una politica di immigrazione estremamente dura. La situazione, però, sembra molto diversa da quanto dichiarato ufficialmente: le persone fermate sono spesso in regola con le leggi, ma non hanno ancora ottenuto la cittadinanza.
Resistenza e accuse di terrorismo
Le comunità che si organizzano per resistere all’Ice, come quelle che organizzano cortei e proteste, vengono accusate di aver rapporti con Antifa e per questo imputate per terrorismo. Lo schema è semplice: chi si oppone al sistema di deportazioni viene considerato un elemento pericoloso. A giugno, in Texas, sei persone sono state condannate a pene tra i 50 e i 70 anni per aver partecipato a proteste fuori da un centro di detenzione. In Minnesota, Erik Davis, professore 53enne, rischia sei anni di prigione per aver organizzato cortei pacifici. La repressione è diventata una forma di intimidazione per chi si oppone al sistema.
La campagna di deportazioni, condotta da milizie di Trump, ha portato a episodi drammatici. Il 7 luglio a Houston un agente ha ucciso Lorenzo Salgado Araujo, messicano di 52 anni in attesa di regolarizzazione. Sei giorni dopo, nel Maine, è stato colpito a morte il colombiano Johan Sebastián Durán Guerrero, 25 anni, anche lui non ricercato. L’Ice non si ferma, e il presidente Trump accontenta la sua base Maga, continuando a sostenere una politica di immigrazione estremamente dura. La situazione, però, sembra molto diversa da quanto dichiarato ufficialmente: le persone fermate sono spesso in regola con le leggi, ma non hanno ancora ottenuto la cittadinanza.
