Femminicidi, la rabbia e la solitudine delle famiglie: «Si deve agire prima e con più forza»

Le famiglie di vittime di femminicidi chiedono interventi più rapidi e decisivi per proteggere le donne e i loro figli.

Le famiglie di Giulia Cecchettin, Tania Terrin e Vanessa Ballan, vittime di femminicidi, raccontano una sofferenza profonda, una rabbia che non si calma e una solitudine che non si spegne. La loro voce, forte e determinata, chiede un intervento più rapido e più deciso per proteggere le donne e i loro figli. «Si deve agire prima e con più forza», ripetono, con una fermezza che nasce dal dolore e dalla necessità di cambiamento.

La sofferenza di chi resta

La vita di chi resta dopo un femminicidio è un’opera faticosa di ricostruzione. Genitori, fratelli, compagni, spesso anche figli in giovane età, devono affrontare ferite che non si riparano con un semplice passo avanti. «La vita si trasforma in un’opera faticosa di ricostruzione quotidiana», raccontano. Nello spazio di queste macerie emotive, c’è chi ha reagito in modi diversi, ma tutti condividono un’unica verità: bisogna agire prima, non bisogna sottovalutare, mai.

«Per quanto mi riguarda un solo caso in più è già troppo», dice Nicola Ballan, fratello di Vanessa Ballan, uccisa a coltellate nel dicembre 2023. «Quando c’è anche una semplice denuncia bisogna agire, non va mai sottovalutata, perché quando una donna arriva a segnalare significa che si è già oltrepassato il limite. Bisogna fare più controlli, usare braccialetti a distanza e garantire l’allontanamento dei soggetti finché non si è certi che il pericolo sia realmente scampato».

Un impegno per il cambiamento

Il caso più emblematico è la testimonianza di Gino Cecchettin, padre di Giulia Cecchettin, uccisa a coltellate nel novembre del 2023. «La perdita di Giulia ha scosso le fondamenta della mia esistenza e mi ha spinto a un impegno incrollabile contro la violenza di genere», racconta. Il dolore di un padre ha trovato un senso nel desiderio di contribuire a un cambiamento culturale profondo. Non solo per lui, ma per tutte le famiglie che vivono la stessa sofferenza.

Valentina Belvisi, madre di due figli e ambasciatrice dell’associazione Edela, racconta la sua storia con una voce che ha trovato un senso nel dolore. «Mia madre è stata ammazzata con 30 coltellate e mio padre ha chiamato la polizia dopo essere uscito per gettare via l’arma, comprarsi un pasticcino e giocare a un gratta e vinci», ricorda. «In realtà c’erano stati 30 anni di violenza fisica e verbale, lei non era padrona dei suoi soldi, non poteva truccarsi per andare a lavoro e nemmeno usare i social». La sua esperienza ha spinto Valentina a trasformare l’odio in azione, per aiutare i bambini orfani e le donne che chiedono aiuto.

«Vedere un nuovo femminicidio è sempre un colpo al cuore, la vivo come una sconfitta», dice Federica Zanola, sorella di Giada Zanola, uccisa nel maggio 2024. «La vita non è più vita, sento che manca una fetta grossa della mia identità». La sua voce è un appello a un sistema che non si renda conto di ciò che si sta affrontando. «Servirebbero pene più severe e una tutela vera per le famiglie coinvolte. Anche sugli aspetti pratici siamo lasciati soli: le pratiche per i minori, i permessi dal lavoro, la mancanza di tutele economiche. Tante cose non vengono valutate da chi ci governa».

Le famiglie di vittime di femminicidi non chiedono solo giustizia, ma anche un sistema più attento, più reattivo e più empatico. «Noi la nostra sentenza l’abbiamo già avuta», dice Federica. «Ma quando sento motivazioni o decisioni che non riconoscono la crudeltà rimango basita, mi viene la pelle d’oca». La loro voce è un richiamo a un cambiamento che non può più aspettare. La rabbia, il dolore e la solitudine non sono solo sentimenti, sono segnali di un sistema che deve agire prima e con più forza.