Condanne definitive per i familiari dell’omicida Saman Abbas
Condanne definitive per i familiari dell’omicida Saman Abbas, uccisa nel 2021 a Novellara.
La Suprema Corte ha reso definitiva la sentenza per l’omicidio di Saman Abbas, una ragazza pachistana di 18 anni uccisa a Novellara nel 2021. I cinque familiari coinvolti, tra cui i genitori, i cugini e lo zio, sono stati condannati a pena definitiva. La madre Nazia Shaheen e il padre Shabbar Abbas sono stati condannati all’ergastolo, mentre lo zio Danish Hasnain ha ricevuto 22 anni di reclusione. I due cugini, Noman Ul Haq e Ijaz Ikram, hanno visto confermata la condanna per omicidio. La sentenza, arrivata dopo che la Cassazione ha rigettato i ricorsi, chiude un caso che ha suscitato grande indignazione e attenzione internazionale.
Una morte per la libertà
Saman Abbas, ritrovata morta nel novembre 2022, era stata uccisa per essersi opposta a un matrimonio combinato e per aver scelto un stile di vita considerato incompatibile con le tradizioni familiari. La famiglia, radicata nel Punjab, aveva visto in lei una minaccia alle loro regole. La ragazza, che aveva scelto di vivere in una comunità protetta a Bologna, aveva intenzione di prendere i documenti e partire per vivere con il fidanzato, una relazione non accettata dalla famiglia. La sua decisione di vivere la sua vita come voleva, preferendo i jeans al velo e i selfie col rossetto alle tradizioni rigide, la aveva resa “colpevole” agli occhi dei parenti.
La Cassazione ha confermato che la sua morte fu una punizione per la sua libertà. «La libertà è stata il suo “reato” agli occhi della sua famiglia. La sua vita ne è stata la pena», ha detto l’avvocata Maria Teresa Manente, responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna. La sentenza ha reso definitiva una posizione sostenuta in ogni sede: Saman è stata uccisa perché donna ribelle alle regole patriarcali, punita perché si è sottratta al ruolo di subordinazione che l’ordine familiare le imponeva.
Un delitto premeditato e corale
La sentenza ha confermato che l’omicidio fu organizzato nei minimi dettagli, un atto corale e premeditato. Il procuratore generale Marco Dall’Olio, durante la requisitoria, ha sottolineato che la volontà era di impartire una lezione a Saman. «Saman doveva essere punita: questo è un punto fermo di tutto il processo», ha detto. L’omicidio, pur avendo radici culturali, ha rivelato una violenza estrema e sproporzionata, che ha reso il movente “turpe e ignobile”, come ha sottolineato l’accusa.
La ragazza fu strangolata e sepolta in una buca. I resti del corpo senza vita vennero ritrovati nel novembre 2022, a poche decine di metri dall’abitazione della famiglia. La sua scomparsa fu avvertita nella notte tra il 30 aprile e il 1 maggio 2021. I cinque parenti, ritrovati uno dopo l’altro nell’arco di tre anni tra l’Europa e il Pakistan, sono stati da subito gli unici indagati per quel delitto. La conferma della sentenza d’appello per il caso di Saman Abbas, sancita stamane in Cassazione, è la chiusura di una storia di dolore.
La giustizia ha dato voce a chi è stato silenziato.
Questo caso riguarda tutte le donne “invisibili” come lei, che nel nostro Paese ogni giorno si rivolgono ai centri antiviolenza per chiedere protezione.
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