Chi beneficia realmente dei buoni pasto? L’esercente non è al centro del sistema
Un’analisi critica del sistema dei buoni pasto e chi ne trae vantaggio. L’esercente non è al centro del circuito.

Chi guadagna dal sistema dei buoni pasto? La risposta, come sottolinea un operatore del settore, non è semplice e non riguarda necessariamente gli esercenti. Il sistema, complesso e strutturato, coinvolge diversi attori, tra cui lavoratori, imprese, operatori intermedi e multinazionali, con ruoli e vantaggi diversi. Il meccanismo, pur presentato come un beneficio per i dipendenti e una semplificazione fiscale per le aziende, ha effetti non sempre visibili e talvolta negativi per chi effettua il servizio, come i ristoratori, i baristi e i commercianti.
Un sistema di intermediazione finanziaria
Il buono pasto non è semplicemente un benefit, ma un meccanismo di allocazione del valore economico che combina fiscalità, consumo e intermediazione finanziaria. Il sistema, in particolare in Italia, è dominato da gruppi internazionali, con una forte presenza francese come Edenred e Pluxee, e una componente mista italo-francese nel caso di Day. Questo crea un circuito chiuso, in cui il pagamento non avviene direttamente, ma passa attraverso operatori finanziari specializzati.
La liquidità non arriva immediatamente all’esercente.
Il primo elemento rilevante è la commissione applicata sulle transazioni. L’esercente non incassa mai il valore pieno del buono, una percentuale viene trattenuta a monte dal circuito. Queste commissioni, anche se oggi regolamentate, rimangono un elemento strutturale del sistema. Inoltre, il ciclo di rimborso non è immediato: l’esercente accumula i buoni, li rendiconta, li invia attraverso piattaforme dedicate, attende verifiche e validazioni, solo successivamente avviene la liquidazione. In media il tempo di incasso varia tra i 30 e i 90 giorni, a seconda dell’operatore e delle condizioni contrattuali.
Un sistema che non è neutrale
Questo meccanismo introduce un aspetto spesso sottovalutato: il buono pasto per l’esercente non è solo uno strumento di pagamento differito, ma anche una forma indiretta di finanziamento del circuito. Nel frattempo i costi operativi dell’attività continuano a essere sostenuti in tempo reale. Questa dinamica, osservata dal punto di vista dell’esercente, assume un significato ancora più concreto.
Chi eroga il servizio anticipa liquidità senza essere un istituto finanziario.
La percezione diffusa tra i consumatori è spesso legata esclusivamente al valore immediato del beneficio ricevuto, mentre raramente viene spiegato cosa accade a monte e quali siano gli effetti sul soggetto che accetta il buono come forma di pagamento. Da operatore del settore ho avuto esperienza diretta di questo meccanismo e ho potuto verificarne gli effetti sulla gestione quotidiana di un’attività. Dal 2014 ho scelto di non accettare più buoni pasto, dopo aver subito anche il fallimento di una società emettitrice che mi ha lasciato circa 27.000 euro di crediti inesigibili.
Un sistema che pesa sugli esercenti
Un danno economico rilevante, reso ancora più pesante dal fatto che l’esercente, in queste procedure, non gode di una posizione privilegiata: si trova spesso all’ultimo posto nella catena dei creditori. Il problema nasce da una semplice asimmetria: l’esercente sostiene costi immediati, acquista le materie prime ogni giorno, paga fornitori, personale e utenze, mentre il rimborso del buono arriva successivamente e decurtato dalle commissioni previste dal sistema. Questo significa che chi eroga il servizio anticipa liquidità senza essere un istituto finanziario e senza avere gli strumenti di tutela propri di un soggetto finanziatore. Nel mio caso specifico, i crediti non recuperati riguardavano in larga parte buoni provenienti da strutture della pubblica amministrazione. Quando abbiamo iniziato a percepire segnali di difficoltà nel sistema, abbiamo chiesto che i pagamenti avvenissero con moneta corrente, cartacea o digitale, perché l’attività non poteva più sostenere ulteriormente quel meccanismo. La risposta fu una richiesta di continuare comunque il servizio, con l’invito a “dare una mano”. Ma il punto critico era proprio questo: l’esercente non può essere chiamato a sostituirsi a un sistema di welfare o a un intermediario finanziario. Questa esperienza personale non rappresenta un caso isolato. Nel tempo diversi operatori hanno denunciato difficoltà analoghe e, in alcuni casi, attività costrette alla chiusura anche per il peso di crediti non riscossi e condizioni economiche diventate insostenibili.
