Una giovane iraniana condannata a morte per blasfemia sui social

Una giovane iraniana è stata condannata a morte per blasfemia su social media, suscitando preoccupazioni internazionali.

Una giovane iraniana, Najmeh Amini, è stata condannata a morte per blasfemia dopo aver espresso opinioni critiche sui social media. L’evento ha suscitato preoccupazioni internazionali e attenzione da parte di gruppi per i diritti umani. La condanna, avvenuta a settembre 2026, è arrivata in un contesto in cui la magistratura iraniana ha fatto un uso sempre più frequente della pena capitale per reati di natura politica. Amini, una studentessa di 23 anni, è stata arrestata a febbraio nella città di Mashhad e accusata di aver insultato il profeta Maometto in un post online.

Un caso che potrebbe diventare un esempio

Secondo i gruppi per i diritti umani, almeno altre otto donne rischiano l’esecuzione per accuse di natura politica o legate alla sicurezza nazionale. La condanna di Amini potrebbe essere utilizzata dalle autorità per scoraggiare azioni simili, in un momento in cui il malcontento popolare continua a crescere. Le autorità potrebbero usare questo verdetto, raro e severo, per fare di lei un esempio e scoraggiare ulteriori proteste. Bahar Ghandehari, direttrice dell’attività di advocacy presso il Center for Human Rights in Iran (Chri), ha spiegato che il verdetto potrebbe servire come esempio per dissuadere ulteriori proteste. La sentenza non è definitiva e potrebbe essere oggetto di appello.

Un messaggio di speranza dal carcere

Amini ha lasciato un messaggio audio dal carcere, in cui ha espresso la sua innocenza e ha chiesto di ricordare il suo nome. “Forse non potrò più parlare. Ma finché sarò in vita, nutro una speranza: che, prima che il cappio ponga fine alla mia esistenza, io possa vedere un Iran libero e affrancato”, ha detto. La sua voce è un richiamo a una società più giusta e rispettosa. L’agenzia Hrana ha riferito che Amini era finita nel mirino della Fata, la polizia informatica iraniana, in seguito alle proteste che hanno raggiunto il culmine a metà gennaio 2026. Le manifestazioni di massa a Mashhad e in altre città sono state represse duramente, con migliaia di vittime secondo i gruppi per i diritti umani.

Il processo di Amini rimane scarsi di dettagli, ma l’avvocato ha sostenuto che i suoi post non fossero intenzionali, mentre l’imputata ha dichiarato di trovarsi sotto l’effetto di funghi allucinogeni assunti insieme ad alcuni amici. La natura precisa dei post non è chiara. Secondo il Chri, la donna è stata condannata a morte con l’accusa di “sabb al-nabi”, il reato capitale che consiste nell’insultare il profeta Maometto. In un procedimento separato, Amini è stata inoltre condannata a 12 anni e mezzo di reclusione per aver agito contro la sicurezza nazionale. Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore dell’Iran Human Rights (Ihr), ha affermato che il caso rischia di estendere l’applicazione della pena di morte nei confronti di chi esprime pacificamente le proprie opinioni online.

La sentenza non è definitiva e potrebbe essere oggetto di appello. La comunità internazionale ha espresso preoccupazione per il rischio di esecuzione e per l’uso della pena di morte come strumento di repressione. La vita di Amini è in pericolo; la comunità internazionale deve agire con urgenza per impedire la sua esecuzione. Il caso di Amini rappresenta un ulteriore segno di una situazione di tensione e di repressione nel Paese, con conseguenze gravi per chi esprime opinioni diverse.