IA e guerra: Finocchiaro chiede una Convenzione internazionale per regolamentarla
Finocchiaro: AI Act non si applica al settore militare, serve una Convenzione internazionale per regolamentare l’uso dell’IA in guerra
La figura di Giusella Finocchiaro, professoressa ordinaria di Diritto Privato e Diritto di Internet e dell’Intelligenza Artificiale all’Università di Bologna, emerge come una voce chiara e necessaria nel dibattito sull’uso dell’intelligenza artificiale (IA) in contesti di guerra. In un’intervista a Affaritaliani, la studiosa ha sottolineato come l’AI Act, il regolamento europeo che disciplina l’uso dell’IA, non si applichi ai sistemi destinati esclusivamente a scopi militari, di difesa o di sicurezza nazionale. Questo vuoto normativo, a suo avviso, rischia di non essere sufficiente a fronteggiare i rischi crescenti legati all’impiego dell’IA in contesti di conflitto.
AI Act e limiti nell’ambito militare
L’AI Act, pur rappresentando un passo avanti nella regolamentazione dell’intelligenza artificiale, non copre le attività legate alla difesa e alla sicurezza nazionale. Secondo Finocchiaro, questa esclusione è una scelta del legislatore europeo, legata alla competenza degli Stati membri in materia di sicurezza. Tuttavia, questa mancanza di regolamentazione potrebbe creare un vuoto normativo in ambiti potenzialmente pericolosi, come la guerra ibrida, i cyberattacchi e la disinformazione, dove l’IA è sempre più utilizzata.
La necessità di una Convenzione internazionale
Finocchiaro ha espresso la necessità di una Convenzione internazionale per regolamentare l’uso dell’IA in guerra. “Serve un accordo internazionale”, ha sottolineato, “perché le norme attuali non riescono a stare al passo con la velocità di evoluzione della tecnologia”. L’esperto ha anche ricordato che la disinformazione, un aspetto chiave del conflitto moderno, è già stato affrontato in modo significativo attraverso il Digital Services Act e l’AI Act, ma non è sufficiente a garantire una protezione completa. La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha recentemente sottolineato la stretta correlazione tra intelligenza artificiale e sicurezza, annunziando nuove iniziative dedicate all’IA nel settore della difesa, insieme ad altri settori come la sanità. Queste iniziative, se ben coordinate, potrebbero rappresentare un primo passo verso una regolamentazione più completa, ma non sostituiscono la necessità di un accordo internazionale.
Privacy e dati: un modello in crisi
Finocchiaro ha anche messo in luce i limiti del modello di tutela dei dati basato sull’autodeterminazione. Secondo l’esperta, il concetto di controllo dell’interessato sui propri dati, pur essenziale, si rivela inefficace quando si confronta con l’era dei big data e dell’IA. “Il modello culturale, prima ancora che giuridico, su cui essa si basa è quello dell’autodeterminazione”, ha spiegato, “ma quando si applica a sistemi che analizzano enormi quantità di dati, si dimostra insufficiente per garantire una tutela effettiva.” La normativa attuale, pur se in grado di vietare alcune pratiche, non è sufficiente a rispondere alle sfide poste dall’IA in contesti di guerra. Finocchiaro ha quindi chiesto un ripensamento completo delle regole, non solo in ambito nazionale, ma anche internazionale, per garantire una protezione adeguata dei diritti e dei valori europei.
- L’AI Act non si applica ai sistemi militari o di difesa
- Esiste un vuoto normativo in ambiti potenzialmente pericolosi
- La disinformazione è già regolamentata, ma non a sufficienza
- La Presidente von der Leyen ha collegato IA e sicurezza
- Il modello di tutela dei dati non è più adeguato
La figura di Finocchiaro rappresenta un esempio di come il dibattito sull’IA in guerra possa essere condotto con rigore giuridico e una visione critica. Il suo appello per una Convenzione internazionale non solo risponde alle sfide attuali, ma anche a quelle future, in un contesto in cui l’intelligenza artificiale diventa sempre più un elemento chiave della guerra moderna.
