De Pasquale lascia la magistratura dopo anni di inchieste e condanne

Il pm di Craxi e Berlusconi si dimette dopo un lungo percorso di lavoro e conflitti.

Magistrato in giacca e cravatta, seduto in un ufficio con documenti e computer, esprime decisione di dimettersi
Magistrato in giacca e cravatta, seduto in un ufficio con documenti e computer, esprime decisione di dimettersi

Fabio De Pasquale, pm di Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, ha deciso di lasciare la magistratura in anticipo, dopo un lungo e complesso percorso che lo ha visto coinvolto in diversi processi di grande rilevanza. La decisione, resa nota il 21 agosto 2026, nasce da un senso di smarrimento e distacco da un sistema giudiziario che, a suo parere, non risponde più alle sue convinzioni. «Non aveva più senso continuare e non mi ritrovo più in questa magistratura», ha confidato a persone a lui vicine, rivelando un momento di profonda riflessione.

Un percorso tra inchieste e condanne

De Pasquale, che ha iniziato la sua carriera nel 1987, ha sempre svolto il suo lavoro con una forte attenzione al rispetto delle norme e alla lotta alla corruzione. Il suo nome è associato a due figure di spicco della politica italiana: Craxi e Berlusconi. Su entrambi ha indagato, ottenendo condanne definitive. Il caso più noto è quello relativo all’Eni e alla tangente miliardaria in Nigeria, un processo che ha visto De Pasquale accusato di non aver depositato prove favorevoli alle difese degli imputati. Dopo due condanne di colpevolezza, la Cassazione lo ha assolto con formula piena il 19 giugno 2026.

La decisione di dimettersi non è casuale, ma il frutto di un conflitto interno con il sistema giudiziario. De Pasquale ha sempre sostenuto le sue posizioni, anche quando queste hanno portato a procedimenti disciplinari congelati e in attesa di definizione. «Non aveva più senso continuare», ha detto a chi lo conosce bene, rivelando un senso di disallineamento con le istituzioni che ha guidato per quasi quarant’anni.

Un’esperienza di conflitto interno

L’ultimo processo che lo ha visto imputato è stato quello relativo al suicidio in cella dell’ex presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, un episodio che lo ha visto coinvolto in un’inchiesta che ha scosso l’opinione pubblica. A sei dall’ingresso in magistratura, nel luglio del 1993, De Pasquale finì nel tritacarne mediatico per il suicidio in cella dell’allora presidente della multinazionale del Cane a sei zampe. Certa stampa lo arriva a chiamare «assassino». Gabriele Cagliari, già in carcere per le inchieste di Antonio Di Pietro, viene tirato in ballo da Ligresti.

Nonostante le accuse ricevute, De Pasquale ha sempre goduto di una certa stima internazionale, soprattutto da parte di organismi come l’Osce e di ong che si occupano di lotta alla corruzione. La sua carriera, però, è stata segnata da un’alternanza tra successi e critiche, con un’esperienza che lo ha portato a confrontarsi con i più grandi nomi della politica italiana. La sua decisione di lasciare la magistratura rappresenta un momento di chiusura, ma anche di riflessione su un sistema che, a suo parere, non è più in grado di rispettare le sue convinzioni.

«Non c’è bisogno di nuovi progetti», ha detto un commentatore, riferendosi a una frase citata in un articolo. La frase, sebbene non sia direttamente attribuita a De Pasquale, riflette un’idea che sembra risuonare nel suo pensiero: un sistema che non si adatta alle nuove sfide non ha senso continuare a esistere. La decisione di De Pasquale, quindi, non è solo una mossa personale, ma un segnale di una crisi più ampia nel mondo della magistratura.