Strage di via Fani, inchiesta riaperta: “Cerchiamo una verità condivisa, non vendetta”
Nuova inchiesta sulla strage di via Fani del 1978: caccia al quinto uomo e analisi del caricatore abbandonato.

Strage di via Fani, inchiesta riaperta: caccia al quinto uomo
L’inchiesta sulla strage di via Fani del 16 marzo 1978, che vide la morte di cinque agenti di polizia e carabinieri, non si chiuderà. La Procura di Roma ha deciso di proseguire l’indagine, dopo che un cambio di magistrato ha portato a una richiesta d’archiviazione inaspettata. I legali dei figli di Domenico Ricci, l’appuntato dell’Arma che guidava la Fiat 130 del presidente della Dc e che in quell’auto trovò la morte, hanno fatto opposizione, e il gip ha accolto la richiesta. L’obiettivo non è cercare vendetta, ma costruire una verità condivisa, che chiuda i conti e pacifichi il passato.
Un caricatore abbandonato, mai analizzato
Tra i reperti trovati in via Fani e via Stresa, un caricatore non è mai stato sottoposto a analisi. Molti lo hanno attribuito a Valerio Morucci, il brigatista che raccontò di aver agito in quel punto. Tuttavia, nessuno ha mai verificato le impronte papillari o le tracce genetiche. L’analisi è stata fatta sugli oggetti trovati nel covo di via Gradoli, ma non sui reperti di via Fani. L’obiettivo è capire se quel caricatore potrebbe rivelare qualcosa di nuovo, soprattutto in relazione alla figura del quinto uomo, che è al centro dell’attenzione. Non si è mai cercato di verificare le tracce genetiche o le impronte papillari su quel caricatore.
La caccia al quinto uomo, vestito di pelle nera e con un passamontagna con una striscia rossa, notato da diversi testimoni su una moto, è al centro dell’indagine. Molti lo confondono con Alvaro Lojacono, che spesso usava un passamontagna. Tuttavia, l’altezza è diversa. Ben cinque testimoni affermano di averlo visto. Gli avvistamenti corrispondono alla posizione dei bossoli a terra. Una quarantina di cartucce vuote è vicina alla Mini verde di Tullio Moscardi, ex X Mas, dal cui lato una testimone vide spuntare la canna di un’arma e una fiammata. Quella raffica avrebbe colpito Raffaele Iozzino, l’agente sceso dall’Alfetta e trovato steso a terra.
La presenza di un quinto uomo potrebbe spiegare alcuni aspetti non chiariti dei fatti. L’inchiesta non si ferma al passato, ma cerca di comprendere le dinamiche che hanno portato a quel tragico evento. L’obiettivo è non solo trovare i responsabili, ma anche comprendere le conseguenze e le responsabilità di chi ha agito in quel momento. La verità, come ha detto Giovanni, figlio di Domenico Ricci, è l’unica via per costruire un futuro più sereno.
La strage di via Fani rimane un evento drammatico e complesso, che ha lasciato cicatrici profonde. L’inchiesta, riaperta dopo anni, cerca di dare una risposta completa, non solo a chi fu coinvolto, ma anche a chi ha visto e sentito. La verità, come ha sottolineato Giovanni, non è solo una questione di fatti, ma di memoria e di pace. La strada è lunga, ma la ricerca di una verità condivisa è un passo importante per chiudere un cerchio che non si è mai chiuso.
