Musicisti internazionali protestano contro l’uso delle loro canzoni in campagne politiche americane

Musicisti come Katy Perry e Ariana Grande protestano contro l’uso delle loro canzoni in campagne politiche del presidente Trump.

Artisti come Katy Perry e Ariana Grande protestano contro l'uso delle loro canzoni in campagne politiche del presidente Trump
Artisti come Katy Perry e Ariana Grande protestano contro l’uso delle loro canzoni in campagne politiche del presidente Trump

Da Katy Perry a Ariana Grande, passando per Céline Dion e Rihanna, sempre più musicisti si stanno opposti all’uso delle loro canzoni in campagne politiche del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Il fenomeno, che si è intensificato nel 2026, vede artisti di fama mondiale chiedere la rimozione di brani utilizzati senza autorizzazione per promuovere politiche o azioni governative. La protesta si basa su un principio chiaro: la musica, spesso scritta per ispirare speranza, forza e unità, non dovrebbe essere strumentalizzata per scopi politici che ne distorcono il messaggio originale.

La musica come strumento di propaganda senza consenso

Il caso più recente riguarda Katy Perry, la cui canzone Firework è stata utilizzata come colonna sonora in un video della Casa Bianca che mostrava immagini di attacchi militari. La cantante ha reagito duramente sui social, spiegando che il brano era stato scritto per essere un inno di speranza e non per accompagnare immagini di distruzione. Il video, pubblicato il 23 luglio 2026, aveva una didascalia che invitava all’attenzione verso l’Iran, ma la musica era stata usata senza alcun permesso. Perry ha espresso un forte disappunto, sottolineando come il messaggio della sua canzone fosse stato completamente invertito.

Un fenomeno che coinvolge diversi artisti

Non è la prima volta che artisti come Ariana Grande e Sabrina Carpenter si oppongono all’uso delle loro canzoni in contesti politici. A giugno 2026, la Casa Bianca aveva utilizzato il brano Bye di Ariana Grande come colonna sonora di un video dedicato agli arresti dell’ICE, l’agenzia statunitense per l’immigrazione. La cantante aveva commentato direttamente il post, chiedendo di non associare mai la sua musica a contenuti che definiva “barbari, disumani e atroci”. Anche Sabrina Carpenter aveva protestato per l’uso del brano Juno in un video simile, definendo il contenuto “malvagio e disgustoso”.

La protesta non si limita ai singoli casi: gruppi come ABBA hanno chiesto la rimozione di video in cui apparivano brani come The Winner Takes It All e Dancing Queen, sottolineando che non avevano mai concesso il permesso. Altri artisti, come Céline Dion, Rihanna, Adele e Steven Tyler, hanno anche contestato l’uso delle loro canzoni in contesti politici, spesso in passato. Il fenomeno, pur legato a Trump, non è nuovo: Bruce Springsteen aveva già chiesto a Reagan e a altri politici di non utilizzare Born in the U.S.A. nelle loro campagne elettorali.

Un dibattito che va oltre la musica

L’uso della musica in contesti politici senza il consenso degli artisti solleva questioni di proprietà intellettuale e di rispetto per il lavoro creativo. Molti artisti considerano la musica un mezzo per trasmettere emozioni e messaggi di speranza, e non un strumento per promuovere ideologie o azioni che possono danneggiare la società. La protesta di Perry, Grande e altri artisti rappresenta un tentativo di difendere il loro lavoro e di evitare che venga utilizzato in modo improprio. Il dibattito, pur legato al caso americano, ha anche un’importanza globale, poiché riguarda il rispetto per la proprietà intellettuale e la libertà di espressione.

Nonostante le proteste, il fenomeno dell’uso delle canzoni in campagne politiche continua a suscitare dibattiti e preoccupazioni. Gli artisti, però, stanno prendendo posizione e chiedendo un rispetto per il loro lavoro, un messaggio che potrebbe influenzare anche il modo in cui la musica viene utilizzata in futuro.