Jindal insiste per concludere l’acquisto dell’ex Ilva

Jindal chiede conclusione dell’acquisto dell’ex Ilva, con preoccupazioni per la chiusura dell’area a caldo.

Jindal e sindacati si confrontano sull'acquisto dell'ex Ilva e la chiusura dell'area a caldo
Jindal e sindacati si confrontano sull’acquisto dell’ex Ilva e la chiusura dell’area a caldo

Jindal, gruppo siderurgico indiano, continua a insistere per concludere l’acquisto dell’ex Ilva, nonostante le incertezze che accompagnano la trattativa. L’azienda, che ha visto un’area a caldo inattiva da diversi mesi, si trova a un bivio cruciale: entro 90 giorni non sarà più esercitabile, e la gara per l’affidamento, che sembrava vicina a un esito positivo, è stata messa in stand by. Il governo e i commissari attendono nuove valutazioni, mentre le imprese e i sindacati si mobilitano per evitare un disastro socio-economico.

La pressione di Jindal per concludere l’acquisto

Il gruppo indiano ha espresso la sua piena disponibilità a procedere con la massima celerità alla finalizzazione degli accordi e al perfezionamento dell’acquisto di Ilva. In una lettera inviata alla commissione Finanze, Narendra Kumar Misra, direttore per le operazioni in Europa, ha sottolineato l’apprezzamento per l’impegno del governo e del Parlamento nel garantire la continuità operativa dell’azienda. La lettera si riferisce al decreto del governo che assegna all’ex Ilva altri 100 milioni per funzionare.

La trattativa, che prima che la Corte d’Appello si pronunciasse vedeva gli indiani ad un passo dall’acquisizione dell’azienda, è stata messa in stand by a causa del provvedimento dei magistrati. Il governo, con il sottosegretario Alfredo Mantovano, ha detto nel vertice di martedì a Palazzo Chigi che bisogna riparametrare la gara sull’area a freddo e verificare “la possibilità di coinvolgere ulteriori investitori a partire da quelli italiani”.

Le imprese temono conseguenze gravi per l’economia locale e nazionale.

Le richieste dei sindacati e delle imprese

Fim, Fiom e Uilm nazionali hanno annunciato una “mobilitazione nazionale permanente” e sollecitano un piano straordinario di rilancio e messa in sicurezza dell’ex Ilva. I sindacati chiedono di “realizzare nel minore tempo possibile la transizione per mettere in produzione 4 forni elettrici” e di creare un “Polo Dri a Taranto”. Inoltre, richiedono una clausola sociale per garantire la ricollocazione dei lavoratori attraverso nuovi impianti. Le imprese, inoltre, chiedono di “acquistare sul mercato le bramme e gli altri semiprodotti da lavorare a Taranto per alimentare gli altri stabilimenti”, una condizione necessaria per garantire la continuità aziendale. L’obiettivo è salvare un asset industriale che, con nuove tecnologie, può ancora dare molto all’intero Paese. L’acciaieria non è più quella del 2012, ma le condizioni operative e tecnologiche sono cambiate, e le imprese sperano in una soluzione condivisa.

Le associazioni chiedono un decreto per evitare un disastro socio-economico.

Dopo la riunione di venerdì sera, in un documento congiunto Confindustria, Confapi, Aigi, Confartigianato e Federmanager chiedono al governo “un decreto che scongiuri un disastro socio-economico” e annunciano “la loro adesione allo sciopero indetto dai sindacati per la giornata di domani”. Preparandosi al confronto con il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, le associazioni affermano “che chiederanno al governo di adottare un decreto in grado di evitare conseguenze la cui portata negativa per l’intero sistema economico non può essere ipotizzata da nessuno”.