Israele in stallo, la sfida è uscire dalla trappola di Netanyahu

Israele si trova in un impasse politico, con Netanyahu in difficoltà ma non certo sconfitto.

Israele si trova in un momento di stallo politico, con il primo ministro Benjamin Netanyahu in difficoltà ma non certo sconfitto. Il paese, nonostante le sue tradizioni democratiche, non è una democrazia normale, e i suoi elettori non si preoccupano particolarmente della responsabilità politica. Le elezioni del 27 ottobre potrebbero portare a un cambiamento di governo, ma non necessariamente a una soluzione duratura per la pace. La situazione è complessa, con due blocchi sociali e culturali in competizione, e il rischio che Israele rimanga bloccato in un equilibrio fragile.

Un sistema politico in crisi

Le elezioni israeliane sono sempre state incentrate meno sui programmi politici e più sulla cultura e sull’identità tribale. Netanyahu, con la sua strategia di divisione tra “israelianità” e “ebraicità”, ha consolidato il suo potere per decenni. Tuttavia, anni di guerra, corruzione e erosione della democrazia hanno allontanato alcuni settori dell’elettorato. Nonostante ciò, la sua sconfitta non è garantita. I sondaggi indicano un pareggio tra i due principali blocchi, con un’alternativa che potrebbe portare a un governo di minoranza o a una coalizione di destra.

Netanyahu ha una responsabilità non trascurabile in tutto questo. Per decenni ha conquistato consensi mettendo l’uno contro l’altro due concetti di identità in competizione: l’“israelianità” e l’“ebraicità”. Ha fatto leva sulle paure della gente, rievocando episodi di ostilità araba e intifada palestinesi, promuovendo al contempo l’idea che non esista una via pacifica per la sicurezza di Israele.

Un’opposizione in cerca di cambiamento

La coalizione dell’opposizione, composta da partiti di destra, centro-destra e centro-sinistra, si propone di fermare le riforme giudiziarie antidemocratiche di Netanyahu e di migliorare la sicurezza. Vogliono anche costringere la comunità ultraortodossa a condividere l’onere del servizio militare e a partecipare al mercato del lavoro. Tuttavia, la loro piattaforma non è sufficiente per ottenere una netta maggioranza. La loro unica reale possibilità di formare un governo comporterebbe un accordo con i partiti arabi. Un’alternativa potrebbe essere quella di formare un governo di minoranza con il tacito sostegno dei partiti arabi, permettendo di annullare alcune delle leggi antidemocratiche di Netanyahu e poi indire elezioni anticipate per acquisire maggiore legittimità. Questo scenario, pur improbabile, potrebbe offrire una via d’uscita al sistema politico israeliano.

Qualunque cosa accada in seguito, i politici israeliani non riporteranno in vita la soluzione dei due Stati. Nello scenario migliore – possibile, ma comunque improbabile – un governo guidato dall’attuale opposizione potrebbe portare avanti accordi provvisori nella Palestina occupata e accettare un ruolo per un’Autorità palestinese riformata nella Striscia di Gaza post Hamas, una componente chiave del piano di pace del presidente statunitense Donald Trump. Un governo israeliano degno di questo nome dovrebbe anche cercare di salvare la reputazione globale del paese, ormai in caduta libera, combattendo la violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata e ponendo fine ai generosi finanziamenti agli insediamenti illegali. La situazione in Israele è complessa e in evoluzione. Il paese si trova in una trappola politica, con Netanyahu che ha condotto Israele in un impasse.