La giustizia di comunità: un sistema in bilico tra intenti e realtà

La giustizia di comunità si confronta con sfide burocratiche e relazionali, come rileva un progetto milanese.

La giustizia di comunità, un concetto che promette di riconciliare la persona con il contesto sociale, si trova oggi a confrontarsi con sfide concrete, come rileva il Progetto TAG a Milano. Il progetto accompagna persone sottoposte a misure alternative al carcere e enti del terzo settore che si propongono di ospitarle. Tuttavia, la pratica quotidiana rivela come le misure pensate per ricostruire relazioni si scontrino spesso con questioni burocratiche, anziché relazionali. Questo fenomeno, spesso legato a un aumento delle misure alternative, ha portato a una “colossale espansione dell’area della penalità”, come sottolinea il XXII Rapporto di Antigone.

Un sistema in crescita ma con limiti

Le misure alternative, come il lavoro di pubblica utilità o la messa alla prova, sono state introdotte con l’obiettivo di ridurre la pressione sulle carceri e di rilanciare la funzione rieducativa della pena. Tuttavia, nel 2025, per la prima volta in dieci anni, la crescita delle misure di comunità ha subito un rallentamento, legato all’inasprimento normativo. Il sistema, in sintesi, continua ad aggiungere misure, senza chiedersi perché il reato sia accaduto. Questo approccio, pur intenzionale, non sembra sempre rispondere alle radici dei problemi.

Difficoltà per le persone e gli enti

Le persone coinvolte in misure di comunità affrontano sfide quotidiane: trovare un ente disponibile a orari compatibili con il lavoro, gestire impegni familiari, e talvolta, per chi ha fragilità psichiatriche o dipendenze, rispettare le condizioni di una misura che non risponde alle loro esigenze reali. Per loro, la rigidità delle misure può risultare incompatibile con un percorso di cura. Gli enti del terzo settore, invece, si trovano a gestire costi aggiuntivi, come la copertura INAIL e corsi di sicurezza, senza supporto economico adeguato. Questo crea un equilibrio fragile tra l’intento di inclusione e le pratiche reali.

Con l’introduzione di un portale ministeriale per la registrazione delle convenzioni, la flessibilità del sistema è stata ridotta. Le organizzazioni più piccole, che spesso sono più radicate nel territorio, non riescono più a rientrare nella Convenzione TAG, obbligate a seguire un lungo iter per la stipula di una convenzione autonoma. Questo ha reso più difficile l’inserimento di nuove organizzazioni, limitando l’accesso a chi ne ha bisogno.

Un dibattito su cosa significa “comunità”

Andrea Molteni e Alice Rossi, che lavorano al Progetto TAG, osservano come la parola “comunità” sia spesso evocata come un concetto piacevole, ma troppo comodo e indefinito. Non si chiede spesso cosa nella comunità non ha funzionato per permettere l’evento criminale. La responsabilità della comunità si estende anche al momento in cui la persona torna a vivere nel tessuto sociale e deve trovare qualcuno disposto ad accoglierla. Questo solleva una domanda fondamentale: vogliamo pensare la giustizia di comunità come un insieme di regole, oppure come qualcosa che si mette in gioco a propria volta? La giustizia riparativa, un percorso volontario parallelo al procedimento, cerca di ricostruire un racconto condiviso tra chi ha causato un danno e chi lo ha subito. Tuttavia, il sistema non sembra sempre riconoscere il potere trasformativo delle misure per la persona e la sua comunità. La sfida, quindi, non è solo quella di semplificare le procedure, ma di riconoscere il valore delle relazioni e della responsabilità collettiva.