Il concorso di Venezia non rappresenta il cinema di oggi

Il concorso di Venezia 2026 mostra una scarsità di registe, ma la questione va oltre il conteggio anagrafico.

Festival di Venezia, concorso cinematografico, registe, dati di rappresentanza
Festival di Venezia, concorso cinematografico, registe, dati di rappresentanza

Il concorso di Venezia 2026 ha visto un solo film diretto da una donna su venti, un dato che ha suscitato dibattito e riflessione. La scarsità di opere femminili in gara non è solo un problema numerico, ma un segnale di una rappresentanza che non risponde alle dinamiche del cinema contemporaneo. La questione va oltre il semplice conteggio anagrafico, e richiede una revisione del modo in cui i festival misurano e valorizzano la parità di genere.

Un sistema binario che non basta più

La classificazione in due colonne, maschi e femmine, non è più sufficiente a descrivere la complessità del cinema di oggi. Un festival che si limita a dividere il mondo del cinema in due categorie, e aggiunge una terza casella per tutto ciò che non si adatta alla griglia, certifica implicitamente che quella griglia è già insufficiente a rappresentare la realtà. La tassonomia binaria, pur utile come strumento di misurazione, non è in grado di catturare le molteplici forme di esclusione e invisibilità che si manifestano nel settore.

La parità non è solo un numero, ma un processo in continua ridefinizione.

Un’alternativa al conteggio anagrafico

La teoria femminista del cinema ha da tempo smesso di ragionare in termini di opposizione binaria. Lo sguardo cinematografico dominante è strutturalmente maschile, ma non è necessariamente legato al sesso anagrafico del regista. Il vero criterio da interrogare non è il sesso di chi firma la regia, ma il punto di vista che un’opera costruisce e mette in circolazione. Un regista uomo può decentrare il maschile, e una regista donna può riprodurre gli stessi schemi narrativi e visivi che si vorrebbe superare. La battaglia per la parità numerica è vitale, ma non basta più a descrivere ciò che un festival dovrebbe rappresentare quando si propone come specchio del presente. Il femminismo contemporaneo ha smesso da tempo di ragionare per coppie oppositive rigide, e sembra assurdo doverlo stare ancora a sottolineare. La ricerca sui film festival studies ha iniziato a segnalare il problema: i festival funzionano da gatekeeper, capaci di definire cosa conta come cinema rilevante e cosa no.

Un sistema che non include tutti

La scarsità di registe nel Concorso di Venezia non va derubricata a semplice questione di categorie superate. La prima ragione è strutturale: il concorso di un grande festival internazionale non è solo una vetrina, ma un dispositivo di consacrazione culturale. Determina chi ottiene successo e distribuzione internazionale, chi accede ai finanziamenti per il film successivo. Se quel dispositivo continua a selezionare in stragrande maggioranza uno stesso tipo di autorialità, l’effetto non è neutro, ma finisce con autoalimentarsi.

La seconda ragione riguarda proprio l’obiezione anticipata da Alberto Barbera, il direttore della Mostra: la “qualità adeguata”. È un argomento che la storia della critica femminista al canone cinematografico conosce bene, perché è lo stesso che per decenni ha giustificato l’assenza delle donne da ogni lista di grandi autori. Non significa che la sua versione 2026 sia in malafede, ma significa che questa affermazione deve essere problematizzata con altre domande: quali sono le condizioni materiali, produttive, di accesso al finanziamento che portano meno film di registe a raggiungere lo stadio di pronto per un concorso come quello di Venezia?

La terza ragione è che l’intersezionalità non rende il dato di genere irrilevante: lo complica, lo aggrava. Una regista sola su venti è già un segnale eloquente, ma il dato numerico da solo non basta. Il concorso, che pure ha sempre mostrato la consueta apertura ad Asia e Medio Oriente, resta uno spazio in cui l’intersezione fra genere, provenienza non occidentale e accesso ai grandi budget produttivi si restringe drasticamente, fino quasi a scomparire. La domanda giusta non è più soltanto “quante donne”, ma quali donne, da dove vengono, con quali mezzi produttivi alle spalle. Quanto è stato detto, naturalmente, andrà verificato sullo schermo a partire dal 2 settembre. Ed è anche possibile che il concorso restituisca comunque l’immagine di un mondo in frattura. Ma è proprio per questo che la composizione della selezione conta.