Chiara Baù, ranger sul Seceda: “Metà giornata a chiedere di far atterrare i droni, ma i turisti continuano a salire in ciabatte”
Ranger Chiara Baù racconta la quotidianità sul Seceda: droni vietati, turisti in ciabatte e l’overtourism come sfida.

Chiara Baù, ranger in servizio sul Seceda da giugno (fino a settembre), vive ogni giorno la quotidianità di un lavoro che unisce passione per la montagna e responsabilità verso l’ambiente. “Metà giornata la passavo a chiedere di far atterrare i droni, quest’anno casi dimezzati ma tutti i giorni c’è chi sale in ciabatte”, racconta la 52enne nata a Milano, che ha scelto questa professione per unire la sua passione per la natura alla volontà di proteggerla. Il lavoro, seppur impegnativo, è anche un’occasione per incontrare persone da ogni parte del mondo e spiegare loro come comportarsi in un ambiente naturale.
La gestione del turismo in quota
Il Seceda, con i suoi 2.500 metri di altitudine, è un punto di riferimento per migliaia di visitatori ogni giorno. Chiara Baù, in divisa, accoglie e informa i turisti su sentieri, meteo e comportamenti da tenere in quota. “L’overtourism è una realtà con cui dobbiamo convivere”, spiega. La ranger, che ha sempre avuto un forte legame con la montagna, ha scoperto questa professione e non ha esitato a entrare in servizio. “Per fare la ranger servono una buona conoscenza dell’ambiente, del territorio e la capacità di comunicare con persone provenienti da tutto il mondo”, precisa.
Una delle situazioni più frequenti riguarda i turisti poco equipaggiati. “Le infradito ci sono sempre, così come le persone poco attrezzate che non si rendono conto che a 2.500 metri ci possono essere almeno cinque gradi in meno rispetto a valle”, racconta. Chiara non blocca i visitatori, ma li informa e li aiuta a comprendere i rischi. “Molti turisti asiatici salgono così”, spiega, “e quando li avvisi ti ringraziano e di base cerchiamo di assicurarci che facciano attenzione a dove mettono i piedi. Spesso poi, alcuni finiscono per acquistare una felpa direttamente in quota perché, nonostante gli avvertimenti, si rendono conto che quassù la temperatura è un’altra.”
Un lavoro di prevenzione e dialogo
Il lavoro delle ranger non si limita a informare, ma punta soprattutto sulla prevenzione e sul dialogo. “L’area di competenza lassù è relativamente contenuta e la maggior parte dei visitatori resta concentrata nei punti panoramici più famosi per farsi le foto da caricare sui social o da condividere in fretta ad amici e parenti”, racconta Chiara. “Molti sì fanno un giro breve, giusto per scattare qualche fotografia e qualche selfie e poi scendere giù”. La ranger, però, non si limita a questo: “La cosa bella di questo lavoro? È che in una sola giornata posso incontrare anche venti nazionalità diverse. Ho parlato con americani, israeliani, olandesi, francesi, irlandesi e inglesi. Molti mi dicono che tra l’altro preferiscono avere una persona con cui parlare piuttosto che leggere un cartello. Quelli li leggono in pochi”.
Chiara, in cima, vicino alla croce, diventa anche un punto di informazioni: “Apro la cartina e subito si avvicinano tutti. Mi chiedono dove andare, quali sentieri scegliere, dove trovare le stelle alpine. Quando si possono vedere le Dolomiti colorarsi di rosa. Molti sanno già cosa vogliono fare, ma magari cercano una conferma. Avere qualcuno che li rassicura significa tanto”, spiega. L’approccio resta sempre lo stesso: spiegare prima ancora che richiamare. “L’anno scorso passavo metà della giornata a chiedere alle persone di far atterrare i droni. È vietato sia perché qui c’è la stazione dell’elicottero sia perché siamo in un parco naturale. Quest’anno, sorprendentemente, gli episodi sono diminuiti di oltre la metà. Forse anche grazie al lavoro fatto nella stagione precedente”, spiega la ranger.
Per Chiara Baù, il turismo di massa in queste aree montane è ormai una conseguenza inevitabile dell’accessibilità delle Dolomiti e della loro immagine diffusa in ogni piattaforma. “L’overtourism è una realtà con cui dobbiamo convivere. Nel momento in cui ci sono funivie che ti portano in quota e i social, da Instagram a TikTok, mostrano continuamente questi luoghi, è normale che arrivino persone da tutto il mondo”, dichiara. “Ho incontrato visitatori perfino dalla Malesia. Basta cercare ‘Dolomiti’ su Google e compaiono tutti gli hotspot più famosi”.
