La “Freedom Car” propone un’idea giusta ma mira al nemico sbagliato
La proposta di libertà nel trasporto mira al governo, ma ignora il potere delle aziende automobilistiche.

La “Freedom Car” è un concetto che promette libertà al guidatore, ma si concentra su un bersaglio sbagliato. Il documento presentato dal Segretario alla Trasporti Sean Duffy, incluso nel testo di un’email circolata tra senatori, propone di vietare qualsiasi obbligo governativo per l’adozione di veicoli autonomi o connessi. Tuttavia, la proposta non affronta le vere forze che determineranno la sopravvivenza delle auto non connessi nel lungo periodo. Il potere reale, infatti, appartiene alle aziende automobilistiche, non al governo.
Un’idea buona, ma con un target errato
La “Freedom Car” si presenta come un’idea positiva, ma il suo approccio è limitato. Il documento di Duffy afferma che i cittadini devono avere il diritto di guidare veicoli non automatizzati o non connessi. Tuttavia, non si occupa del fatto che le aziende automobilistiche potrebbero decidere, senza intervento legislativo, di non produrre più veicoli non connessi. Questo significa che, nel tempo, le auto non connessi potrebbero diventare sempre più rari, rendendole praticamente inutilizzabili. La proposta non affronta il vero problema: il controllo delle aziende su una tecnologia che potrebbe rendere obsoleti i veicoli tradizionali. Se le aziende decidono di produrre solo veicoli connessi, le auto non connessi potrebbero scomparire. Inoltre, le compagnie assicurative potrebbero escludere i veicoli non connessi, rendendoli impraticabili. Questo significa che, anche se il governo non impone obblighi, il mercato potrebbe farlo in modo implicito.
Un’ipotesi storica e un’alternativa moderna
La “Freedom Car” non è una novità. Nel 2002, il Segretario all’Energia Spencer Abraham aveva lanciato il “FreedomCAR Partnership”, un programma bipartisan per promuovere la tecnologia a celle a combustibile idrogeno. L’obiettivo era ridurre la dipendenza dall’oro estratto all’estero. Tuttavia, il progetto non ha avuto successo, e l’industria automobilistica non ha abbracciato la tecnologia. Oggi, invece, la “Freedom Car” si oppone a obblighi tecnologici, ma senza affrontare le vere dinamiche del mercato.
La proposta di Duffy si basa su un’idea semplice: proteggere la libertà di guidare senza essere connessi. Ma non si pone il focus sulle aziende automobilistiche, che detengono il potere effettivo. Se le aziende decidono di produrre solo veicoli connessi, le auto non connessi potrebbero scomparire. Inoltre, le compagnie assicurative potrebbero escludere i veicoli non connessi, rendendoli impraticabili. Questo significa che, anche se il governo non impone obblighi, il mercato potrebbe farlo in modo implicito.
La libertà non è solo un diritto, ma una scelta. La “Freedom Car” si presenta come un’alternativa alla tecnologia connessa, ma non offre una soluzione reale. Se l’obiettivo è proteggere la libertà di guidare in modo tradizionale, il vero strumento non è l’obbligo di non adottare tecnologie, ma la garanzia che esistano alternative. Il documento di Duffy non affronta questa possibilità, concentrando l’attenzione su un nemico fittizio: il governo. Per proteggere la libertà di guidare in modo tradizionale, è necessario un approccio diverso. Non basta vietare obblighi governativi, ma è necessario garantire che esistano opzioni alternative. Solo in questo modo si può veramente preservare la libertà del cittadino. La “Freedom Car” è un’idea buona, ma non è sufficiente.
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