Ulisse on the Road, il mito diventa processo e denuncia la guerra

Ulisse on the Road esplora la responsabilità e la memoria attraverso una rilettura dell’Odissea.

Ulisse on the Road, in scena a Reggio Calabria nel contesto del festival Balenando in Burrasca, propone una rilettura dell’Odissea che mette al centro la responsabilità individuale, il conflitto tra verità e giustificazione e le conseguenze delle azioni compiute. La drammaturgia di Katia Colica e la regia di Maria Milasi trasformano il mito in un processo, in cui Ulisse, l’eroe omerico, viene chiamato a rispondere delle proprie scelte. La struttura dello spettacolo assume la forma di un confronto tra i personaggi, in cui le motivazioni delle decisioni dell’eroe vengono messe in discussione, il potere esercitato e le giustificazioni costruite per sostenere la sua immagine.

Ulisse e la sua difesa

Il processo a Ulisse costituisce il nucleo dell’impianto drammaturgico. Il protagonista, interpretato da Americo Melchionda, cerca di difendere le proprie scelte e di ricondurre gli eventi a una narrazione che ne attenui le responsabilità. La parola assume una funzione centrale: non serve soltanto a ricostruire i fatti, ma diventa uno strumento attraverso cui il personaggio cerca di orientare il giudizio su di sé. La sua interpretazione restituisce un uomo che cerca di mantenere il dominio sulla situazione attraverso la parola, ma che è costretto progressivamente a misurarsi con le obiezioni e con le verità che gli vengono opposte.

La drammaturgia di Colica evidenzia così la distanza tra il diritto di raccontare la propria storia e la pretesa di stabilirne unilateralmente il significato. Le interpretazioni di Melchionda, Mravcova, Spinelli e Milasi concorrono a definire un sistema di relazioni nel quale ciascun personaggio svolge una funzione precisa: Ulisse si difende, Penelope contesta la sua versione, Poseidone ne mette in evidenza le contraddizioni attraverso il sarcasmo, mentre Circe richiama ciò che rischia di essere rimosso. Il confronto tra queste presenze sostiene la struttura dello spettacolo e permette di sviluppare i temi della colpa, della memoria e della responsabilità senza ricorrere a una distinzione netta tra figure positive e negative.

Le figure femminili e il potere della parola

Penelope, interpretata da Kristina Mravcova, assume un ruolo importante nell’equilibrio della rappresentazione. La sua posizione supera quella tradizionalmente assegnatale nell’immaginario epico, legata soprattutto all’attesa del marito e alla fedeltà coniugale. Qui è una donna che prende parola, valuta gli eventi e rivendica il diritto di esprimere un giudizio autonomo. La presenza scenica modifica la prospettiva da cui viene osservata la vicenda: il ritorno di Ulisse non è più il solo evento attorno al quale organizzare il racconto, perché acquistano rilievo anche l’esperienza di chi è rimasto a Itaca e il prezzo pagato durante l’assenza dell’eroe.

La regia si inserisce in una drammaturgia che privilegia il conflitto verbale e la ridefinizione dei ruoli rispetto alla ricostruzione spettacolare dell’epica. Al centro non ci sono le imprese del viaggio, ma le relazioni tra i personaggi e le versioni dei fatti che ciascuno sostiene. Questa scelta permette di spostare l’attenzione dall’avventura alla responsabilità, mantenendo il riferimento al mito senza dipendere dalla sua rappresentazione celebrativa. Un elemento rilevante della scrittura riguarda il ruolo assegnato alle figure femminili. Penelope e Circe, pur caratterizzate in modo diverso, sottraggono Ulisse alla possibilità di controllare interamente il racconto.

La domanda conclusiva riguarda quindi il rapporto tra responsabilità e narrazione: fino a che punto raccontare diversamente le proprie azioni può modificare il giudizio su ciò che è stato fatto? Lo spettacolo non offre una risposta definitiva, ma individua nel confronto tra le diverse voci la condizione necessaria per affrontare il problema. È in questo passaggio dalla celebrazione dell’eroe all’esame delle sue scelte che il mito conserva la propria attualità e diventa uno strumento per interrogare il presente.