Yara Gambirasio e l’omicidio di Brembate di Sopra: il processo e la condanna a ergastolo per Bossetti
Yara Gambirasio e l’omicidio di Brembate di Sopra: il processo e la condanna a ergastolo per Bossetti

Il 12 ottobre 2018 la Corte suprema di cassazione ha confermato la condanna all’ergastolo per Massimo Giuseppe Bossetti, accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio, 13enne scomparsa a Brembate di Sopra nel 2015. L’episodio, che ha scosso l’Italia, ha visto il processo svilupparsi attraverso diversi gradi di giudizio, con la difesa che ha sempre sottolineato critiche sulle analisi del DNA e sulla mancanza di garanzie per la difesa. La sentenza definitiva, arrivata dopo anni di dibattimento, ha chiuso un caso che ha suscitato dibattiti su giustizia, tecnologia e diritti dei cittadini.
Le contestazioni della difesa sulle analisi del DNA
La difesa di Bossetti ha sempre sottolineato che i campioni di DNA fossero stati analizzati senza garanzie per la difesa, limitando i periti a documenti cartacei e non a dati digitali. Gli avvocati hanno evidenziato numerose anomalie e contestato la presunta non ripetibilità del test del DNA, effettuato senza la presenza della difesa. Nel momento in cui il profilo genetico di Ignoto 1 è stato determinato, Bossetti era completamente incensurato e non era né noto alle forze dell’ordine né indagato.
La difesa ha sostenuto che il DNA mitocondriale minoritario potesse appartenere a un altro individuo, definito “Ignoto 2”. Inoltre, ha richiesto un’indagine sugli intestatari dei numeri di telefono presenti nella rubrica del cellulare di Yara, molti dei quali sono stati sentiti dagli investigatori. La difesa ha anche contestato il processo di identificazione di Bossetti con Ignoto 1, sostenendo che il DNA sarebbe contaminato.
Le udienze e le condanne
Il 26 febbraio 2015 la Procura della Repubblica di Bergamo ha chiuso le indagini, indicando Bossetti come unico imputato e richiedendone il rinvio a giudizio. La difesa ha però chiesto la scarcerazione e valutato l’opportunità del rito abbreviato. L’udienza preliminare si è aperta il 27 aprile 2015, con l’accusa di omicidio volontario aggravato e calunnia. Il GUP ha deciso l’apertura del processo davanti alla Corte d’assise per il 3 luglio 2015.
La difesa ha convocato ben 711 testimoni, sostenendo che Yara fosse vittima di bullismo o collegando il fatto ad altri delitti nella zona. Il 1º luglio 2016 la Corte d’assise di Bergamo ha condannato Bossetti all’ergastolo per l’omicidio e lo ha assolto dall’accusa di calunnia. La Corte ha riconosciuto l’aggravante della crudeltà e revocato a Bossetti la responsabilità genitoriale sui suoi tre figli. Non è stata accolta la richiesta del Pubblico Ministero per l’isolamento diurno. La Corte ha disposto risarcimenti per i genitori e i fratelli di Yara, nonché per gli avvocati.
Il processo d’appello ha avuto inizio il 30 giugno 2017, con la difesa che ha esibito una foto satellitare come nuova prova. La difesa ha sostenuto che il corpo della vittima fosse stato spostato e il DNA depositato molto dopo il delitto, ma questa tesi è stata negata dalla procura e dalla sentenza di primo grado. Il 17 luglio 2017 la Corte d’appello di Brescia ha confermato la sentenza di primo grado, condannando Bossetti all’ergastolo. La Corte suprema di cassazione ha confermato questa decisione il 12 ottobre 2018, chiudendo definitivamente il caso.
La sentenza, pur confermando la colpevolezza di Bossetti, ha lasciato aperte alcune questioni, come la validità delle analisi del DNA e la possibilità di ulteriori contestazioni. La difesa ha sempre sottolineato la mancanza di garanzie per la difesa e le anomalie riscontrate nei dati. Il caso di Yara Gambirasio rimane un esempio di come la tecnologia e la giustizia possano interagire in modo complesso, con implicazioni profonde per i diritti dei cittadini.
