Il 3 settembre 1982, l’agguato mafioso che uccise il generale Dalla Chiesa
Il 3 settembre 1982, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa fu ucciso in un agguato mafioso a Palermo, insieme alla moglie e a un agente di scorta.

Il 3 settembre 1982, a Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, uno dei più importanti esponenti della lotta alla mafia, fu ucciso in un agguato mafioso insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo. L’attentato, avvenuto in via Carini, segnò un momento drammatico nella storia della lotta alla criminalità organizzata in Italia e rappresentò un colpo pesante per l’intera nazione. L’episodio fu accompagnato da una forte reazione popolare, con manifestazioni di protesta e una profonda sfiducia nelle istituzioni.
Un generale in prima linea contro la mafia
Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei Carabinieri, era noto per la sua determinazione nel combattere Cosa Nostra. Arrivato a Palermo nel 1981 come prefetto, aveva espresso pubblicamente la necessità di un impegno più forte da parte dello Stato per contrastare la mafia. «Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì», aveva detto, sottolineando la mancanza di strumenti e poteri per affrontare la criminalità. Il generale aveva già dimostrato il suo impegno nella lotta alle Brigate Rosse, guidando l’irruzione di via Fracchia che portò all’arresto di importanti esponenti del movimento terroristico. Il 16 dicembre 1981, Dalla Chiesa fu promosso Vice Comandante Generale dell’Arma, la massima carica per un ufficiale dei Carabinieri. L’anno successivo fu inviato a Palermo, in qualità di Prefetto, per destabilizzare il controllo criminale di Cosa Nostra in Sicilia. Tuttavia, il governo non gli fornì i mezzi necessari per la sua missione, un tema che il generale aveva espresso più volte in pubblico.
Un rapporto complesso con Andreotti
Il rapporto tra Dalla Chiesa e Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio, era stato oggetto di dibattito. Dalla Chiesa aveva espresso critiche nei confronti della corrente politica di Andreotti a Palermo, definendola «la famiglia politica più inquinata del luogo». Secondo alcune testimonianze, il generale non avrebbe consegnato a Andreotti tutte le informazioni ottenute dopo l’assassinio di Aldo Moro, sostenendo che le carte contenevano segreti estremamente gravi. Andreotti, però, ha sempre negato qualsiasi implicazione in questa vicenda.
La morte di Dalla Chiesa ha suscitato una forte reazione da parte della popolazione siciliana, che ha manifestato il suo dissenso contro le istituzioni. Durante i funerali, tenuti nella chiesa di San Domenico, una folla ha protestato contro le presenze politiche, accusandole di aver lasciato il generale solo. Solo il Presidente della Repubblica Sandro Pertini è stato risparmiato da questa contestazione. Le conseguenze dell’agguato mafioso furono pesanti: i vertici di Cosa Nostra, tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Nenè Geraci e Bernardo Brusca, furono condannati all’ergastolo come mandanti dell’omicidio. L’episodio rimane un simbolo della lotta senza quartiere contro la mafia e della sfiducia nella politica che non si impegnava a contrastarla.
La morte di Dalla Chiesa fu un momento di profonda crisi per l’Italia. Il generale aveva rappresentato per l’intera nazione la salvezza da ogni forma di rischio e di paura, generata dalla feroce attività criminale che dilagava ormai da diversi anni a causa delle Brigate Rosse. La sua figura è diventata un simbolo della lotta alla mafia e della sfiducia nelle istituzioni.
