Incendio in carcere, morto un ragazzo di 19 anni: si vergognava di dire alla madre in Egitto che era detenuto

Un ragazzo di 19 anni è morto in un incendio in carcere a Pordenone, si vergognava di rivelare alla madre in Egitto la sua condizione.

Un ragazzo di 19 anni muore in un incendio in carcere a Pordenone, si vergognava di rivelare alla madre in Egitto la sua condizione
Un ragazzo di 19 anni muore in un incendio in carcere a Pordenone, si vergognava di rivelare alla madre in Egitto la sua condizione

Un ragazzo di 19 anni è morto in un incendio scoppiato nel carcere di Pordenone, dove aveva scontato una pena in regime di arresti domiciliari. Mamdouh Mohamed Khodair Karam, nato in Egitto e arrivato in Italia a 16 anni, aveva rifiutato i soccorsi e si era barricato in bagno dopo aver appiccato il fuoco a un materasso. L’episodio si è verificato il 17 agosto 2026, quando la cella al primo piano del carcere è diventata inagibile a causa delle fiamme e del fumo. Il ragazzo, che aveva lasciato in Egitto genitori, fratelli e sorelle, aveva espresso un forte senso di vergogna per la sua condizione di detenuto, nonostante avesse cercato di trovare un lavoro e uscire dal carcere.

Un percorso difficile in Italia

Mamdouh aveva iniziato il suo percorso in Italia a 16 anni, senza alcun sostegno, e aveva provato l’esperienza del carcere minorile in diverse regioni, tra cui il Sud e Milano. Era stato ospitato in una casa di accoglienza a Udine e aveva passato alcuni mesi nel Cpr di Gradisca d’Isonzo, dove aveva partecipato a una protesta bruciando un materasso insieme ad altri immigrati. Per quell’episodio aveva scontato una pena in regime di arresti domiciliari, con la possibilità di frequentare un corso di italiano a Pordenone. Il suo avvocato, Sonia Pasca, ha sottolineato come la sua morte sia il frutto di un percorso difficile, privo di direzioni e di supporto.

Il ragazzo aveva espresso un forte attaccamento alla madre e al padre, telefonando spesso per parlare di sua madre e mostrando un senso di vergogna per la sua condizione di detenuto. «Non ho il coraggio di dirlo alla mamma, mi vergogno», aveva detto. Aveva ripetuto più volte di voler uscire dal carcere e trovare un lavoro, ma la sua situazione era rimasta in una sorta di limbo. Era seguito da una psicologa, che aveva continuato a visitarlo anche dopo il trasferimento in carcere, assicurandogli che nulla sarebbe cambiato. Tuttavia, la sua vita era stata segnata da episodi di violenza e conflitti, che hanno portato a un aggravamento della sua condizione.

Un episodio che ha cambiato la sua vita

L’incendio è avvenuto dopo che il ragazzo aveva espresso una minaccia di bruciare tutto, un momento in cui aveva perso il controllo. Gli operatori della struttura di San Martino avevano ritirato la disponibilità all’accoglienza, e la situazione era precipitata. Il Tribunale aveva aggravato la misura cautelare, portandolo in carcere. La sua morte, avvenuta intossicato dai fumi, rappresenta un tragico epilogo a un percorso di vita che aveva cercato di costruire in Italia, ma che si è rivelato troppo difficile.

La sua storia è segnata da una serie di incidenti, tra cui risse e episodi di violenza, che hanno portato a un aggravamento della misura cautelare. Il 5 agosto è stato trasferito in carcere, dove i primi dieci giorni sono andati bene, ma a Ferragosto ha iniziato a mostrare segni di nervosismo. Lunedì mattina ha rotto il vetro della finestra e è stato portato in pronto soccorso. Verso sera sembrava essersi calmato, ma la sua mente era ancora in tumulto. Quando è entrato in carcere, ha rifiutato di indicare nessuno come contatto di emergenza, preferendo rimanere solo.